_ANTROPOGENESI DI UN CANTAUTORE

ANTROPOGENESI DI UN CANTAUTORE

Qualche demo tape custodisce e ricorda l’inizio della mia attività da solista.
Capita raramente, ma delle volte riascolto qualcosa, poi prendo i quaderni nei quali sono scritti i testi e gli accordi per chitarra, correggo, annoto… segno se un testo mi sembra irrecuperabile, se una musica è a disposizione per eventuali nuove parole. Ragiono su alcuni aspetti, ricostruisco mentalmente la storia delle canzoni, rivedo volti e luoghi, magari inventandomeli per sopperire alla memoria deteriorata dall’incedere del tempo.
“Vecchia compagnia” è una canzone che scrissi — stando alla data riportata nel manoscritto originale — nel 1996, quindi, nel periodo universitario, quando ancora non pensavo di imbastire un percorso da solista, da cantautore. Lo stampo del pezzo è palesemente gucciniano, con fortissimi richiami a “Il pensionato” dell’album Via Paolo Fabbri 43. Non ho mai negato che le influenze di Guccini siano state per me determinanti e le prime a insinuarsi nella mia scrittura, che allora era ancora acerba, quasi un esercizio; e Via Paolo Fabbri 43 resta per me uno dei lavori più belli, intensi e maturi della storia della canzone d’autore.
A riascoltarle ora, le mie demo tape, è evidente come ci siano canzoni di estrazione spiccatamente gucciniana e deandreiana. Fra le prime, a parte “Vecchia compagnia” ci sono “Canzone già sentita”, “Il lamento del tempo”, “Questi ubriachi”, “Sesso in pensione”, “Gli amori sbagliati”, “Barba bianca”; a De André sono invece ispirate — dal punto di vista stilistico del vestito musicale e della scrittura — “Il professore”, “Piedi di terra”, “Figli della terra”, “Nino il pappone”, “Bombe e fiori”, “Seconda classe” e “Issambenadu”. C’è poi qualche canzone che si distingue, come “La mela marcia”, che raccoglieva gli ultimi strascichi della mia vena rock e la breve infatuazione per i C.S.I.
A pensarci bene, sin dall’inizio mi parve di comprendere le differenze fra la scrittura di Guccini e quella di De André: la prima come una sorta di racconto le cui frasi sono legate fra loro dalla metrica di rime e assonanze, spiccatamente narrativa; la seconda, più vicina alla poesia, sebbene inizialmente era anch’essa abbastanza narrativa, sempre con schemi metrici precisi.
Questa era la mia percezione in quei tempi e fra i due, a conquistarmi per primo, fu sicuramente Guccini.
Il fatto è che De André, una volta che cominciai a comprenderlo veramente, lo assimilai, condizionando la mia scrittura, la tecnica vocale e la crescita umana. Ora, quasi sempre le mie composizioni vengono fuori con quel marchio di fabbrica, aspetto che penalizza e inorgoglisce nella stessa misura, ma non credo che riuscirei a scrivere in altra maniera.
Però, a forgiare il mio modo di comporre e di scrivere i testi sono state anche le scuole americana e francese, conosciute di riflesso attraverso i cantautori italiani.
Scrivere canzoni da tanti anni e studiarci addirittura sopra è in un certo senso una forma di malattia, un processo incalzante e indifferibile, una vera e propria urgenza. Non è un’attività con finalità esclusivamente estetiche; essendo l’esigenza di comunicare, di raccontare, una necessità primaria dell’essere umano — che gli ha consentito di svilupparne la specie —, scrivere canzoni risponde a prerogative simili, almeno per quanto mi riguarda.
“Canzone già sentita” rappresenta un po’ il primo embrione del mio essere cantautore, il primo gradino della mia scala evolutiva, l’antropogenesi di quello che sono adesso.

E tu dentro la stanza a pensare chissà cosa
un po’ di musica, una lacrima mentre spolveri i ricordi
ma ora, cosa vuoi, la vita è di nuovo quella quotidiana
monotona, banale, che alcune volte ci fa male
è un’altra di quelle canzoni già sentite
amicizie effimere già sbiadite
(Canzone già sentita)