_DIVERTISSEMENT SUI CANTAUTORI

DIVERTISSEMENT SUI CANTAUTORI

L’unica cosa che ci consola dalle nostre miserie è il divertimento, e intanto questa è la maggiore tra le nostre miserie.

(Blaise Pascal, Pensieri)

I cantautori (e le cantautrici), quelli in ombra, continuano a scrivere, a comporre, a cercare musicisti che credano nel loro progetto, a pagarsi lo studio per le registrazioni, a rifornirsi e a cambiare da sé le corde della chitarra, a realizzare il materiale grafico per la promozione e la distribuzione, ad acquistare la strumentazione, a girare i videoclip elemosinandoli a qualche amico, ad autopromuoversi, ad autoprodursi, a farsi scattare qualche fotografia, ad atteggiarsi indifferenti per il successo, ad accettare di aprire una pagina social nonostante l’evidente inettitudine, a simulare che in fondo è solo uno svago, a sostenere che se fosse un mestiere perderebbe lo slancio creativo, a pulire le fave dai baccelli, a depositare i nuovi pezzi con la speranza di qualche plagio da parte di un famoso musicista, a rincorrere occasioni esiziali, ad accatastare la legna da ardere, a organizzare da sé infimi concerti, a immaginare la forma dei suoni in fase di missaggio, a fottersene del mercato, a non comprendere come si faccia a chiudere un porto, a inseguire figure retoriche e non solo, a farsi fottere dal mercato, a innamorarsi di tutto, a essere contro ad ingoiare la nostra stanca civiltà, a provare compassione per Ferdinand Bardamu, a chiudere a chiave la porta del cesso, a consolare Mariangela Eca, a sentirsi rispondere «Sicuramente possiedi talento, mestiere e scrittura, tuttavia in questo momento non abbiamo una proposta…», a rassegnarsi all’ignavia discografica, a ridere per non piangere, a non comprendere un cazzo di matematica, a sapere che un’equazione di secondo grado può avere zero, una o due soluzioni, a sfogliare le margherite, a comprendere le ragioni della Nera di Carrugio Lungo, a soffrire il mal di mare, a girare le sette chiese, a optare per gli spaghetti aglio, olio e peperoncino, a saltare di palo in frasca, ad ascoltare Bach e Frisell, a schivare il fuoco amico, a vergognarsi sempre un po’, a spargere note e parole come api col polline, a incoraggiare spassionatamente Arturo Bandini, a non praticare alcuno sport, a essere disadattati in certi contesti, a sbagliare ogni calcio di rigore, a perdere a carte, a sopravvivere a fuoco lento, a far baciare le parole, a cantare a occhi chiusi, a star bene come le rane bollite di Noam Chomsky, a rotolare come pietre in un pendio, a riesumare il Folkstudio, a sopravalutare il proprio talento, a sottovalutare quello degli altri, ad arrotolare i cavi jack, ad appuntare spunti e impressioni, a spuntare le matite, a citare inopportunamente i poeti, a rubare qualche giro armonico, a disquisire di letteratura americana, a discutere con gestori rancorosi, a rendersi conto in ritardo che certe scelte erano deleterie, a difendersi dalle accuse di epigonismo, a dire che in fondo è solo un gioco per allontanare la paura della morte, a vagheggiare nelle allegorie, a vacillare come il partigiano Johnny, a tagliare strofe su strofe, a eludere gli incisi, a fare découpage, a incappare nelle ridondanze, a cambiare mille volte idea, a fissarsi su un’idea che appare vincente, a smarrire agevolmente la retta via, ad osservare i polpastrelli consunti sulla tastiera, a stuzzicare i giornalisti perché parlino della loro musica, a criticare i critici che parlano della loro musica, a lamentarsi per l’indifferenza nei loro confronti, a stappare buone bottiglie di vino, ad assumersi la responsabilità per le cose che dicono, a sottrarsi frequentemente dalla realtà, a giustificarsi ogni volta che non intendono farsi manipolare, a credere in un mondo migliore, a commettere gli stessi identici errori, a rifiutare le proposte indegne, a rifugiarsi nei libri per vivere altre vite, a comprare croccantini per i loro gatti indifferenti, a guardare i treni passare veloci, a vederne altri deragliare indecorosamente e, contemporaneamente, a guadagnarsi il pane per vivere e pagare tutte le spese che la loro scelta bizzarra, quasi un vezzo, comporta. E magari devono accontentarsi di godere per qualche like su una canzone condivisa su Facebook, messo da chi non è nemmeno detto che l’abbia ascoltata per intero e in maniera adeguata. Oppure, questi — i cantautori (e le cantautrici) in ombra — si convertono alle cover per vendersi nelle pizzerie i venerdì sera di provincia. Ma tutto ciò è in linea con quest’epoca, a parte l’anacronismo dei sedicenti cantautori (e cantautrici). Però, non generalizziamo.