_LE OSSA DI NOVEMBRE

LE OSSA DI NOVEMBRE

“Novembre” racconta di quando ero bambino e trascorrevo qualche ora in una bettola vicina a casa. Era frequentata solo da uomini — da queste parti, cosa normale per un bar, fino a pochi anni fa — intenti a consumare il tempo stringendo una bottiglia e ad affogare il dolore dentro un bicchiere (che però, già da allora, sapeva nuotare benissimo). L’unica persona lucida era probabilmente il proprietario, Giulio, che stava su una carrozzina dalla nascita, per chissà quale malattia che gli aveva compromesso l’uso delle gambe. All’imbrunire mi capitava spesso di vederlo fermo davanti all’ingresso del cimitero comunale, a quell’ora coi cancelli serrati, che guardava il cielo sopra il muro di cinta. Mi piaceva immaginare che facesse il conto di quanta vita gli restasse ancora da vivere.
Ogni pomeriggio, da fine maggio ai primi di settembre, noi ragazzini giocavamo a biliardino e con i videogames, eravamo i disturbatori chiassosi di quella bettola; invece, durante il periodo scolastico, si andava solo i sabati e le domeniche, spesso anche per evitare la messa o il catechismo che si teneva nella chiesa quasi di fronte.
Un alcolista anziano, anche se non so quanti anni avesse, frequentatore assiduo del locale, con le parole furibonde che incespicavano, urlava in continuazione un’ingiuria, come una litania, che faceva più o meno così: “Porco novembre, dicembre e tutti i santi del paradiso…” metà in lingua sarda e metà in italiano. Le invocazioni di quella specie di preghiera liturgica si incagliarono nella mia memoria di bambino, ma se allora risultavano indecifrabili, con l’età il loro significato si è palesato: rappresentavano l’amarezza del vivere senza uno scopo e senza niente da desiderare.
Tutto questo accadeva nella metà degli anni ottanta e lì, in quella bettola ormai chiusa, ho conosciuto le persone di cui canto in “Novembre”, la loro rassegnazione, le loro bestemmie poetiche e quella squallida bellezza.
La scrissi nel 2001, salvo rimaneggiarla oltre dieci anni dopo per inserirla in Girotondo, ripulendola da qualche verso bukowskiano (Ciò che non è feccia finisce con l’orgasmo, dalla sega in su, ma non ricordo più).
Inizialmente non volevo che avesse una base ritmica, come se dovesse strascicarsi, ma poi Michele Uccheddu, percussionista e rumorista, mi propose una soluzione con dei campanacci suonati appoggiati su un pouf, il cui suono si smorza sul nascere, abortito, un rumore di tonfo, come di puff.
Respirai profondamente l’atmosfera della tenebrosa “November” di Tom Waits, da gustare come si fa con un buon whisky: No shadow. No stars. No moon… Novembre crede soltanto in un mucchio di foglie morte e la luna, questo è il colore delle ossa…
Nell’album dichiaro di aver scritto la parte musicale con il mio fidato musicista Andrea Cappai, ma in realtà quella falsità fu un modo per compensare e correggerne un’altra, ossia che la musica di “Acciaio e diavoli”, brano di Storie in forma di canzone, fosse una mia composizione e non di Andrea.
La chiusa strumentale, “Girotondo Theme”, magistralmente arrangiata e suonata dal maestro Vicidomini, nacque un pomeriggio mentre io e Andrea provavamo ad arrangiare per due sole chitarre “Serafina”, del mio primo album. Questo per dire che le storie delle canzoni, come quelle della vita, si intrecciano e aggrovigliano, e a volte si spezzano come le ossa del colore della luna di Novembre.

Le nuvole sciolte nel cielo autunnale

son barche morte dipinte nei naufragi

Le nuvole sciolte lasciano a terra

ombre drammatiche sulla schiuma della birra