Nicola Pisu canta Brassens, tradotto da Salvo Lo Galbo.

Com’è che Brassens consideri il “Potere” è noto a tutti.
È noto anche a chi non è noto Brassens, dal momento che il numero dei brassensiani lasciati da Brassens nella scena della musica internazionale supera forse quello delle sue canzoni.
Ma un brano apparentemente semplice come “Le roi” indica anche, agli studiosi di questo – per molti – inafferrabile poeta e filosofo, come Brassens consideri la “Storia”, cioè l’avvicendarsi dei poteri e contropoteri. Il messaggio non può essere più chiaro: non se ne esce dalla tirannia dei coglioni. Non per pessimismo, ma perché se ci saranno tiranni, essi non potranno che essere dei coglioni, retti e plauditi da loro pari. Tirannia e intelligenza, tirannia e progresso, tirannia e bene sociale non possono mai coincidere.
E cosa fanno i popoli sotto la tirannia del “con” di turno? I popoli possono muoversi e, anzi, non possono altro, prima o dopo. Il carburante alla storia è questo movimento. Ma altrettanto impietoso è il giudizio dello chansonnier di Sète sull’errore che commetterà chi, tra quel popolo, si affidi, per ingenuità o opportunità, a un’altra tirannia. Il re dei coglioni è tale se regna e, se regna, non può che regnare, materialmente e spiritualmente, su coglioni. Vi è un indissolubile nesso tra i due termini ben scandito, ripetuto a ogni ritornello. Non si deve a ragioni metriche, ma dialettiche.
Contrariamente da  quanto, sulla poetica brassensiana, asserisce qualche critico, è evidente dai suoi contenuti (oltre che, dettaglio, dal successo riscosso in vita e in morte) che la poetica di Brassens non intenda collocarsi fuori dalla storia, ancor meno dal contemporaneo, relegandosi  a una sorta di presepio popolare, sospesa in un universo simbolico di miti e bozzetti, per quanto atti a veicolare la personale filosofia dell’autore. Quelli sono gli abiti di scena, e se sanno di universalità è solo perché sintetizzano (e la sintetizzano proprio agli occhi dei contemporanei) l’essenza. Sotto quei panni, si recitano drammi pienamente contemporanei. Brassens come drammaturgo e demiurgo contemporaneo, creatore di tipi fissi ma dell’oggi, del dubbio, dei ricercatori o involontari scopritori, finanche rappresentanti in carne ed ossa (il flic di “L’épave”, per dirne uno dei più arditi), della verità dietro l’apparenza e i pregiudizi.
Quanto alla sfuggevolezza di Brassens, essa risiede nella sua sottigliezza.
Tonton rimase sempre cosciente di una cosa, pretendendo altrettanto dal suo pubblico.
Una lezione forse ovvia forse no, ma fondamentale: una canzone, che parla anzitutto alle emozioni e perciò con un registro retorico prevalentemente emotivo, che necessariamente deve semplificare anche le più inusitate idee, se una certa dose di complessità deve recare, non può che recarla nelle pieghe, nelle insenature, in sottigliezze, rese, non a caso, il più esplicite possibile, come questo “Roi” indissolubilmente vincolato al genitale genitivo.
Brassens non dice, allora, che sempre e comunque esisterà il Potere. Egli era, per natura e per cultura, incapace di far astrazioni utopiche così come distopiche. Dice che, finché ci saranno cons (categoria che Brassens scandaglierà minutamente, fino a distinguere i “braves cons”, i sempliciotti, gli ignorantini, dai cons pericolosi in “Quand le cons sont braves”), ci saranno potenti. Non è il black-out fukuiamista della Storia, un suo stato di maleficio eterno.
È una fase e, dentro tale fase, alle più diverse latitudini, sotto i più disparati copricapi militari, monarchici o di cuoio capelluto artificiale, le cose vanno così: ci sono i re e ci sono i suoi coglioni. L’orizzonte di superamento, ha l’impressione Brassens, è molto di là da venire.
“Le roi” è la decima traccia dell’album “Fernande”, 1972. Il Sessantotto e l’alba degli anni di piombo, in Francia e nel mondo, accompagnavano, per talune frange, ai sacrosanti striscioni contro il capitalismo, la borghesia, il governo, le guerre e la legge, altri slogan inneggianti a Mao, Ho Chi Minh, Castro e naturalmente al “piccolo padre”, Stalin. Brassens, il suo Sessantotto lo aveva anticipato d’un po’ d’anni, con altre parole e altri indirizzi, e così avrebbe continuato a fare fino alla fine dei suoi giorni. Possiamo oggi dire che, a una trasformazione progressiva delle sorti umane, i “re” di sinistra valsero più di quelli di destra? O l’incisione che sanguina ancora sulla viva pelle della storia denuncia l’esatto contrario, e cioè che i primi ingabbiarono e ingannarono i rivoluzionari anche più perniciosamente dei secondi?
La rovina degli stati socialisti e il loro riflusso nel capitalismo, fascismo annesso, la deriva di certe avanguardie del Sessantotto testimoniano il valor rivoluzionario dei riferimenti adottati, di tutti quei re. E senza imbarazzo, senza peli sulla lingua il cantore Brassens, il rivoluzionario dal tono colloquiale, dallo sguardo a altezza d’uomo, il portatore dei messaggi più scandalosi ed eversivi sotto le familiari vesti di una canzoncina di mercato, non aveva bisogno di Piazza Tien An Men, degli archivi dell’Urss, o dell’ex Aut.Op. Pisapia che si schiera contro i “vandali” dell’Expo, dell’ex operaista Cacciari, costituzionalista e cattolico di ferro o dell’ex demoproletario Mario Capanna che lotta, unghia e denti, contro la riduzione del suo aureo vitalizio. Discorsi facili, discorsi soliti. Ma soprattutto discorsi veri. Esser facili, soliti e veri non è arte da tutti. Chi, in un sol tiro, manda in buca tutt’e tre le palle, approssima l’immortalità. È il caso di Brassens. E di questa ballata forse più valida oggi che allora, sconosciuta in Italia e, in Francia, una sorta di inno libertario. E parecchio, parecchio liberatorio. (Salvo Lo Galbo)