_L’INCONTRO CON CLARA MURTAS

L’INCONTRO CON CLARA MURTAS

Ho la fortuna di conoscere Clara Murtas, cantante e attrice, folk-singer, dal 1976 al 1978 voce del gruppo folk il Canzoniere del Lazio, autrice di libri sulla canzone, da sempre impegnata in un lavoro di ricerca e riproposta dei materiali musicali e letterari della tradizione sarda; nel 2002 ha pubblicato una delle più belle versioni dell’Ave Maria in sardo, arrangiata dal maestro Ennio Morricone, nel 2006 ha pubblicato “Sante e Sciamane” e ricevuto il Premio Maria Carta.
Ci incontrammo a metà anni novanta, quando presi da lei lezioni di canto in una scuola privata di Cagliari, poi diventammo buoni amici e in diverse occasioni l’ho accompagnata con la chitarra. Nei primi anni duemila fondò l’ensemble Canzoniere del ‘900 nel quale fui coinvolto, mostrandomi un mondo che non conoscevo, quello della tradizione musicale popolare, con il linguaggio del popolo insofferente sopraffatto dal dominio e contrapposto al potere. Con l’ensemble portavamo sul palco le canzoni di Giovanna Marini, Victor Jara, da “Bella ciao” a “Addio a Lugano”, dalle Mondine a Dylan, dalle insurrezioni del meridione alla rivolta di Pratobello. Nella scaletta Clara inseriva sempre anche qualche mia composizione, come “Canzone della povertà”.
Ricordo la prima lezione di canto: le raccontai che scrivevo canzoni, che ne avevo già un bel po’, che avrei voluto imparare a cantarle decentemente e che a breve c’era in programma la registrazione di una demo tape con i Suoni e Rumori Popolari con i quali suonavo. Clara, per la lezione successiva, mi chiese di portare la chitarra per farle sentire qualcosa di mio, così che potesse capire come avrebbe potuto aiutarmi: con enorme imbarazzo cantai “Rom” davanti a lei e alla segretaria della scuola.
La prima volta che prestò la sua voce a una mia canzone fu per “Le donne di Oropische”, traccia del mio primo lavoro discografico.
Successivamente, per il progetto Girotondo le proposi una collaborazione per “Ombre”, canzone ispirata a “Paese d’ombre”, capolavoro letterario del 1972 dello scrittore Giuseppe Dessì.
Sofia «si ricordò di un’altra credenza di Norbio, secondo la quale quando uno muore, gli spiriti entrano nella casa del morto e dei suoi parenti ed amici per raccogliere e portar via i brandelli della sua anima che, come bioccoli di lana, sono rimasti impigliati agli oggetti o tra i capelli delle donne». Da “Paese d’ombre” [Milano, Mondadori, 1972] di Giuseppe Dessì.
Clara, per formazione umana e artistica, mi parve perfetta per raccontare la vita di Norbio descritta da Dessì: un paese immaginario ma realmente presente nelle carte geografiche, caratterizzato, oltre che dalle persone che lo abitavano, da un tempo incessante, dalle vicine montagne sventrate e sfruttate da altri uomini, dalle ombre che rimanevano impigliate.
Oltre a Clara alla voce, per suonarla coinvolsi Vanni Masala all’organetto, Stella Veloce al violoncello elettrico, nonché due miei collaboratori soliti, Michele Uccheddu alla minibatteria e Andrea Cappai al basso. Clara interpretò il testo in maniera teatrale, recitando più che cantando, per fare dei vocalizzi sul finale sulla scia dell’esperienza nel Canzoniere del Lazio.
Nel 2014, per la presentazione in teatro di Girotondo, Clara era con me sul palco e di ciò vado orgoglioso.

Donne con la fortuna di essere donne

come le nuvole che osservano

il tempo rotolare sui sassi