_TRADURRE E TRADIRE

TRADURRE E TRADIRE

Mi è capitato di tradurre alcuni autori ai quali sono legato, un po’ per curiosità e, soprattutto, per mettermi alla prova, con il gusto di sapere in anticipo il risultato dell’operazione — a mio netto sfavore.
È abbastanza matura in me la convinzione che le canzoni tradotte, bene o male, siano comunque canzoni tradite: il fattore linguistico è troppo importante e sovrasta ogni altro aspetto. Ad esempio, a una canzone di narrazione angloamericana, di cultura e lingua inglese, dal mio punto di vista ci si dovrebbe approcciare con un adattamento libero, che condurrà inevitabilmente a una traduzione infedele. Però, con questo criterio, si rispetteranno più agevolmente gli schemi metrici e le rime, ma soprattutto, con la giusta sensibilità, si ricostruiranno le suggestioni del pezzo originale.
Quindi, consapevole che quando si traduce bisogna saper rinunciare a un po’ di lealtà per la buona riuscita – in termini di cantabilità e quindi di ascoltabilità – della nuova canzone, senza però snaturare quella autentica, ho affrontato in primis Leonard Cohen. Il pessimo risultato ottenuto con uno dei suoi tanti capolavori, “Hallelujah”, mi ha fatto quasi desistere, fin quando ho trovato un adattamento dignitoso per “Who by fire”, per il quale mi sono addirittura permesso di aggiungere una strofa. Nel 2015, la versione di quella traduzione venne inclusa in una compilation dedicata al cantautore canadese e prodotta a San Pietroburgo e, con enorme stupore, sono stato citato da Massimo Cotto in un suo libro su Leonard Cohen. Dello stesso autore, ho lavorato anche su “Chelsea Hotel”, una delle più struggenti, più che altro perché mi affascina tremendamente la storia di quel famoso albergo di Manhattan, che ospitò nel tempo numerosi poeti, scrittori e artisti. Nell’adattamento in italiano l’ho riambientata a Milano, una località a me più familiare, rinominando l’albergo col nome di una mia cara amica.
Ho lavorato anche con qualche pezzo di Lou Reed, Bruce Springsteen, Tom Waits e naturalmente di Bob Dylan. A proposito di quest’ultimo, prima di De Gregori e di Sirianni — il prima si riferisce alle rispettive date di pubblicazione — tradussi “Not dark yet”, che però non mi soddisfò.
Qualche volta propongo questi esperimenti dal vivo, col vantaggio di poter dire che non faccio cover, anche se, a onor del vero, mi è capitato di eseguire Guccini, De André, De Gregori, Max Manfredi — ma loro sono italiani e non anglosassoni.
In ogni caso, sono abbastanza convinto che tradurre implichi tradire, se non l’autore originale, la canzone, figlia della sua creatività.

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