_ACABADORA

ACABADORA

Come sosteneva il servo Efix, personaggio letterario di Canne al vento di Grazia Deledda, l’uomo è una canna fortemente ancorata alla terra, ma mossa dal vento, vento che è la sorte che tutto piega al suo volere.
Lo sapeva bene anche Michela Murgia il fatto dell’insignificanza e caducità della natura degli esseri umani, quel ‹‹Siamo canne, e la sorte è il vento».
Forse per questo è stata partigiana della libertà.
Andandosene ha dato una grande lezione a molti, a me sicuramente. Insomma, di qui non è passata leggera: ha lasciato impronte profonde sulla terra.
Taffo ha scritto uno dei suoi soliti slogan e racchiude tutto ciò che basta: Non aspettare di avere un cancro per essere liberə.
Ci sono alcune considerazioni di Michela Murgia inerenti la scrittura, declinabili anche alle canzoni:
– Quando si dice “una scrittura autentica”, si fa un’affermazione ossimorica. La scrittura è autentica nella misura in cui è più finzionale. Per ottenere una verità letteraria bisogna prendere una cosa vera e trasformarla, torcerla completamente fino a restituirla a una realtà che può stare sulla pagina, che non è quella della vita.
– Lo scrittore ha la responsabilità di mettere a fuoco il dato reale che vuole restituire al lettore e ha la libertà di restituirlo anche in modo ipertrofico, se vuole. Anche se si tratta di mettere a fuoco un chiodo in una stanza. Serve, però, che lo faccia in una maniera detonante.
– Lo scopo della narrazione non è quello di ingannare il lettore, ma quello di farlo arrivare ad una realtà più profonda. Importante, allora, diventa il rampino, il livello di aggancio che si riesce a stabilire con il lettore.

Qualche giorno dopo la sua morte, sull’onda della commozione, ho imbastito parole su un giro armonico arpeggiato alla chitarra: stava nascendo una nuova canzone, anche se sentivo che era vecchia di decenni.
Perché in fin dei conti, “Acabadora” è una canzone che avevo trattenuto per molto tempo.
La prima volta che presi in mano il breve romanzo di Michela Murgia mi piacque moderatamente, non mi convinse del tutto, però alcune immagini letterarie, potenti, mi rimasero impresse, come la sarta-ragno, le ciliegie rubate e gli occhi della civetta. Queste cose, per uno che scrive, sono carsiche, così ho ricercato quei passaggi fra le pagine e ho lasciato che le dita pizzicassero le corde in tonalità di re maggiore.
Ho preso il personaggio da lei creato, quindi una cosa vera, e l’ho trasformato, torcendolo completamente fino a restituirlo diverso: si dice lasciarsi ispirare liberamente da un’opera d’altri, ma in realtà è sabotaggio.
Alla fine ho levato una ‘c’, perché forse oggi anche Michela Murgia l’avrebbe fatto.

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