_ALTRI SCAMPOLI D’UN GIROTONDO

ALTRI SCAMPOLI D’UN GIROTONDO

Le prostitute, ancestrali mestieranti, spesso schiave accettate dalla società, rappresentano nell’immaginario collettivo una delle più feconde fonti d’ispirazione, vere e proprie muse, per i cantautori, complici Brassens e De André.
C’è tanta umanità in quelle storie e credo che la grande sensibilità della donna-prostituta rispetto all’uomo-cliente derivi dal fatto che il mondo e la vita li conosce e li vive da dentro le viscere.
Da buon (si fa per dire) cantautore, ho sempre riversato molte attenzioni nei loro confronti e con le canzoni, per quanto poco le mie possano valere, ho provato ad amplificare le grida d’aiuto degli oppressi, degli sfruttati e degli schiavi di questa società ipocrita.
“Sesso in pensione” la scrissi nel 1993, mostrando alcune tracce di preveggenza, visto che la storia raccontava di un vecchio pensionato che investiva la pensione, la minima, in prostitute e che, vedendosi da quelle ridicolizzato per via della misera disponibilità economica, nonché beffato da un ministro che ne caricava due per volta, si appellava al Presidente del Consiglio affinché gli aumentasse la rendita. Parlo di preveggenza anche perché era ipotizzabile che il vecchio protagonista fosse affetto da impotentia erigendi e il cosiddetto Viagra verrà diffuso solo alla fine degli anni ’90.
“La venditrice ambulante” è del 1994, un pezzo ingenuo e tremendamente folk, tant’è che quando i miei coinquilini udirono quella canzone, mentre la provavo con chitarra e armonica a bocca nella mia stanza da studente, con la porta finestra che si affacciava sulle finestre di un appartamento abitato proprio da prostitute, mi chiesero se per caso fosse una traduzione di Dylan.
L’amico scrittore Giuseppe Cristaldi definirebbe il quartiere storico dove alloggiavo “libri di pietra schiusi, libri sull’umanità”.

Le puttane c’hanno due fiori / uno lo danno a te, l’altro lo tengono per sé

“Mia” è del 2007. La scrissi in seguito a un fatto di cronaca che lessi su un quotidiano locale, che ebbe pochissimo risalto: una giovane donna di diciotto anni, una prostituta, fu accoltellata a morte in un quartiere di Cagliari, davanti al cimitero. Oggi, forse, chiameremo quello un femminicidio, ma allora era solo una puttana morta per mano di un cliente.

Nel giardino a ore
ti spio dalla cruna
c’è il sogno di una vita
che pretende il tuo amore
Immagina un cimitero
con le mani spalancate
come le tute gambe
e dimmi che non è vero

“Ledre-ledre” la scrissi nel 1996, inizialmente in sardo campidanese, che poi tradussi con un amico in sardo logudorese. Nel 2013 affinai quella traduzione con la consulenza di un linguista e attento studioso della lingua sarda. Poco dopo, “Ledre-ledre” era candidata a divenire una traccia dell’album Girotondo.

B’este chie abbérridi sas coscias a su entu
dende dende su corpus dende
deo invetze lu vatto solu
si mi pàgana su tantu

(C’è chi apre le cosce al vento / dando dando il corpo dando / io invece lo faccio solo / se mi pagano il compenso/giusto)

Venne esclusa dalla track-list per esigenze di sintesi, anche se l’aspetto linguistico sarebbe stato certamente arricchente e utile alla narrazione di quel girone di emarginati. Oggi, questa canzone è solo uno dei tanti scampoli, storie di esclusi, parti residue di una pezza di Girotondo adagiata sulla mia scrittura.

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