APPUNTI SU LOU REED
Tenetevi, o antiche terre, la vostra vana pompa – grida essa [la statua] con le silenti labbra – Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri, le vostre masse infreddolite desiderose di respirare libere, i rifiuti miserabili delle vostre coste affollate. Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata. (Emma Lazarus, Iscrizione sotto la Statua della Libertà)
Portatemi gli affamati, gli stanchi / i poveri e li piscerò addosso / questo è ciò che la Statua dell’Intolleranza dice / le vostre masse di poveri accalcati / picchiamoli a sangue facciamola finita / e buttiamoli nel viale (“Dirty Blvd”, Lou Reed)
Da giorni ascolto solo Lou Reed: mi sanguinano le orecchie e quell’organo muscolare cavo detto cuore.
The 30th Anniversary Concert Celebration è l’album dal vivo che celebra i 30 anni di carriera di Robert Allen Zimmerman, noto Bob Dylan. È stato registrato nel 1992 al Madison Square Garden di New York e cattura quasi l’intero concerto che ha visto molti artisti, fa i quali Lou Reed che ha eseguito “Foot of Pride”, un pezzo non famosissimo che Reed ha reso suo, un po’ come fece con “Jealous Guy” di John Lennon, per un altro anniversario.
In preda all’ispirazione o alla noia — non saprei bene —, ho registrato il bozzetto di “Epoca”.
Nel quaderno ad anelli delle canzoni il pezzo occupa ormai tre pagine, così ne ho fatto una sintesi frettolosa e ho montato due chitarre acustiche, la voce e una vecchia take di prova risalente ai tempi di “Tzellina”, una bella chitarra blues. Sono convinto che contenga qualche furto da Lou Reed, o forse è solo una spiccata somiglianza stilistica.
“I’m Waiting for the Man” è un brano dei Velvet Underground, scritto da Lou Reed. Racconta di uno studente con 26 dollari in tasca, in cerca di droga ad Harlem, un bianco in crisi d’astinenza che attende il suo spacciatore. Mentre aspetta gli si avvicina un nero che lo accusa di essere venuto a rubar le loro donne. Il giovane balbetta una scusa: dice di aspettare un amico. Poi arriva lo spacciatore, l’angelo della morte, e procurata la dose torna a casa dalla propria ragazza, appagato fino al giorno successivo. È uscita una meravigliosa commovente stupefacente cover del vecchio Richards, in occasione del compleanno postumo di Lou Reed. L’interpretazione dimostra che quell’uomo che il giovane tossico aspettava fosse proprio Keef, d’altronde lui ha sempre avuto roba buona…
I testi di Lou Reed sono crudi, diretti, onesti, senza compromessi. Trattano temi quali la dipendenza, la prostituzione, la morte e la solitudine. Catturano la complessità dell’animo umano con sincerità e dolore. Lou Reed ha saputo mostrare i lati più oscuri della propria personalità e della società.
I prossimi libri che devo assolutamente comprare sono: Una vita con Bob Dylan di Riccardo Bertoncelli (quello di ‘un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate’), Chronicles. Vol. 1 di Bob Dylan e Lou Reed: Il re di New York di Will Hermes.
Dopo The Doors, De André, Guccini, Frisell, Cohen, Waits, Stones, Pink Floyd, Dylan, la mia ultima scimmia conclamata si chiama Lou Reed.
Ieri mi sono concentrato sull’album Sally Can’t Dance del ‘74: sembra che, durante l’incisione, Reed facesse un uso smodato di droghe e anfetamine, tanto da contribuire pochissimo alle sedute di registrazione, cantando i pezzi quando gli veniva messo davanti il microfono. In seguito rinnegherà l’album perché più opera del produttore che sua.
Altre scimmie ora non me ne vengono in mente, soprattutto di quelle per le quali ho studiato biografie e testi, ma tutte hanno influenzato il mio modo di scrivere, la mia formazione musicale.
A breve pubblicherò “Epoca”, un’opera divisa in 4 parti, o meglio dire operetta, o peretta, nella quale si sente la lezione di Lou Reed.
John Cale, allievo di John Cage, aveva paura degli aghi, così la prima iniezione gliela fece Lou Reed. Insieme fondarono i Velvet Underground e condivisero creatività, musica, stupefacenti ed epatite. Fu Andy Warhol a lanciare i Velvet Underground e, alla sua scomparsa, Lou Reed e John Cale pubblicarono il concept Songs for Drella (Drella era il soprannome di Warhol).
I Velvet Underground non ebbero successo — il primo album vendette 10 mila copie, 30 o 50 mila secondo alcuni, niente in confronto ai quasi contemporanei Dylan Beatles e Stones.
A questo proposito, circola una simpatica citazione attribuita al musicista e produttore Brian Eno: “Il primo album dei The Velvet Underground ha venduto solo 10 mila copie, ma tutte le persone che lo hanno comprato hanno formato una band”.
Oggi la radio passava — si fa per dire — Set the Twilight Reeling, album del cantautore statunitense Lou Reed. Molto bello e in particolare mi hanno colpito “Finish Line”, dedicata a Sterling Morrison (chitarrista, deceduto l’anno prima, dei Velvet Underground), e la canzone omonima “Set the Twilight Reeling”. Era recente la relazione con Laurie Anderson e sbocciava un nuovo Lou Reed.
Dopo due anni dall’uscita dai Velvet Underground, Lou Reed pubblicò il suo primo l’album.
Il lavoro contiene otto canzoni scritte ai tempi dei Velvet e rielaborate per l’occasione, più due canzoni nuove, fra le quali “Berlin”, l’embrione di quello che sarà l’omino concept album.
Affamati e poveri venite a pregare
io sono la Statua dell’Intolleranza
accalcatevi che vi voglio pisciar
prima di buttarvi nel boulevard
Fuori dalla band, Lou Reed si ritirò dal mondo della musica e tornò a vivere a casa dei suoi genitori, accettando la proposta di suo padre di lavorare nella ditta di famiglia, come dattilografo, ma durò una settimana. Trascorse un periodo di esaurimento nervoso dovuto ai fallimenti commerciali passati come membro dei Velvet Underground, poi gli si presentò un produttore discografico della RCA, che si era messo in testa di farlo tornare in pista, di riesumarlo.
C’erano grandi aspettative per il suo album di debutto da solista, ma il risultato si dimostrò un fallimento commerciale e di critica. Vendette circa 700 copie, 200 in più di Abacrasta e dintorni, un risultato imbarazzante. Al disco venne rimproverata la produzione scarna e sciatta e l’interpretazione dei brani da parte di Lou che sfiguravano se messi a confronto con i suoi pezzi dei Velvet Underground; anche l’ex compagno dei VU, Sterling Morrison, si disse inorridito per come Lou Reed avesse rovinato le canzoni già provate con la band. Io, invece, quel disco lo adoro.
Quando uscì Berlin, nel 1973 — io stavo nascendo — inizialmente fu considerato deludente dalla critica, ancora abbagliata dal rock coloratissimo di Trasformer, il primo successo di Lou Reed solista, prodotto dall’amico David Bowie.
In “Walk On The Wild Side”, Lou Reed dipinge una galleria di figure warholiane, di personaggi che si muovono nel proprio mondo con naturalezza e disinvoltura, perché non c’è niente di anormale in quello che fanno, è solo la loro vita quotidiana. L’invito a fare una passeggiata sul lato selvaggio è un’esortazione alla comprensione e alla umana compassione, ma pure uno schiaffo ai benpensanti, ai quali racconta di realtà differenti, di contesti che sfuggono alle comuni regole sociali. Fu del tutto naturale che la canzone divenisse un inno della controcultura metropolitana e della trasgressione newyorkese dell’epoca, che mezzo secolo dopo è ancora attuale ed efficace.
La biografia postuma di Lou Reed, Il re di New York di Will Hermes, è un’autopsia del corpo e dell’anima del cantore newyorchese. Fosse stato in vita, non si sarebbe potuta scrivere. Vi si trovano petali e spine, profumi e tempeste. Rivela presenza di ombre, buio fitto e luci accecanti, tenerezza e violenza. In quasi 800 pagine Hermes, più che un bravo scrittore, sembra un patologo forense.
Si chiarisce bene la vicenda dell’elettroshock a cui fu sottoposto da adolescente: era una terapia, quella elettroconvulsivante, in voga in quegli anni; come era quasi incoraggiato l’uso delle anfetamine, prescritte direttamente dal medico… insomma, prima di giudicare, bisogna calarsi in quel contesto storico.
“Pale Blue Eyes” è un brano composto da Lou Reed per l’album The Velvet Underground del 1969. È una canzone d’amore che parla del suo primo amore adolescenziale, Shelley Albin. Le iridi degli occhi erano in realtà color nocciola, come racconta lo stesso Reed, ma optò per l’azzurro pallido, ossia il celeste, poiché si addiceva meglio ai versi. Stupenda la versione del Redux Live MCMXCIII.
I Velvet Underground pubblicarono quattro album e uno apocrifo, con mezzi modesti, senza mai riuscire a conquistare la fetta di mercato che avrebbero meritato, che avrebbe consentito loro di ottenere maggiori passaggi radiofonici e ‘sfondare’, via via sfilacciandosi e logorandosi dall’interno.
Per Lou Reed la pazienza terminò dopo il quarto lavoro, Loaded, quando lasciò la band poco dopo la registrazione, lamentandosi per la pubblicazione senza che ci fosse stata la sua approvazione e, in particolare, incazzato perché “Sweet Jane” e “New Age” furono ridotte a sua insaputa.
Il quinto album, invece, è sostanzialmente un disco solista di Doug Yule, che non coinvolse nemmeno Maureen Ann Tucker, detta Moe, l’unica persona allora rimasta nei Velvet ormai giunti a un punto di non ritorno.
Seguirono alcune reunion e, degna di nota, fu Redux Live MCMXCIII che vedeva la formazione originaria del periodo 1965-1968 (Lou Reed, John Cale, Sterling Morrison e Maureen Tucker), ma stavolta senza Doug Yule. Ovviamente era assente anche Nico che era morta nel 1988 (ironia della sorte, morì cadendo in biciletta mentre andava a cercare hashish — prendeva da tempo il metadone per disintossicarsi). L’album fu registrato durante tre concerti tenutisi all’Olympia di Parigi. Lo ascolto con piacere leggendo la biografia di Lou Reed.
È curioso sapere che David Bowie assistette a un concerto dei Velvet e, nel dopo concerto, credette di conoscere Lou Reed, invece era Doug Yule, perché Lou Reed era uscito recentemente dal gruppo.
Nel 2009, Lou Reed e i Metallica si incontrarono al venticinquesimo anniversario della Rock and Roll Hall of Fame. In quell’occasione si diffusero indiscrezioni su una possibile collaborazione tra Reed e i Metallica. Poi, nel 2011 venne pubblicato quello che sarebbe stato l’ultimo album di Lou Reed — due anni dopo sarebbe deceduto. Il disco si intitola Lulu (Lou Reed e Metallica). Colpisce vedere l’esecuzione di “Sweet Jane” nello show della Rock and Roll Hall of Fame di quel 2009, soprattutto se si pensa che la canzone venne incisa nel 1970 nell’album Loaded, quarta delusione discografica dei Velvet, capitolo finale con Reed. Però, giunto a questo punto degli studi reediani, credo che Lou Reed non avesse alcun bisogno dei Metallica e che i Metallica non avessero alcun bisogno di Lou Reed.
Per quanto ami l’opera e la biografia reediana, alcuni album musicalmente non mi piacciono proprio: per l’inascoltabile Metal Machine Music del 1975 è stato facile, l’ho sentito una sola volta e non lo farò più; per The Bells del 1979, il cosiddetto album jazz-rock (?), con la tromba, lo trovo pessimo, ma almeno un’altra volta lo riascolterò; anche Rock and Roll Heart del 1976 è nella lista nera, ma salvabile; la batteria campionata tanto in voga negli anni ottanta rende Mistrial del 1986 scadente, ma da riascoltare; The Raven, il concept del 2003, ispirato all’opera di Poe, non mi piace granché.
New York, album del 1989, accolto caldamente come un ritorno allo stile dei Velvet Underground, è probabilmente il suo disco che preferisco, forse per la schiettezza e il suono semplice (voce, batteria, basso e due chitarre elettriche). È un concept album rock’n’roll, il cui tema è il racconto di New York, la vivisezione della città. I Velvet ritengo non c’entrino proprio niente dal punto di vista stilistico, a parte la partecipazione di Maureen Tucker alle percussioni in due canzoni, qui si tratta di Lou Reed. New York rappresenta, oltretutto, una nuova consapevolezza sociale e politica, nonché una spiccata attitudine letteraria dell’autore che dipinge con grazia i tratti di una realtà cruda, irrimediabilmente malata, tra miseria e rabbia, ingiustizie e droga, sogno e disillusione. L’autore, nelle note del disco, invita l’ascoltatore a sentire le 14 tracce del disco, per complessivi 58 minuti, in un’unica seduta, come se fosse un libro o un film. Io l’ho fatto decine e decine di volte, scoprendo sempre nuovi dettagli e differenti punti di vista da cui osservare New York che, benché nella vita abbia solo immaginato, credo di saper individuare il luogo esatto in cui è situato il negozio di strumenti musicali dove si approvvigionava Lou Reed.
Nel 1992 Reed pubblica Magic and Loss, un concept album incentrato sulla morte, dedicato a Doc Pomus, un suo amico cantautore malato di cancro, e a una certa R. che si ipotizza con ragionevole certezza che si tratti di Rita, detta ‘Rotten Rita’, donna transgender della Factory di Andy Wharol.
Candy dice sono arrivata a odiare il mio corpo / e tutto ciò di cui ha bisogno in questo mondo
Il matrimonio con la studentessa d’arte Sylvia Morales era in declino e molti amici se li stava portando via l’epidemia di Aids. Negli anni ’70, Lou Reed compariva, insieme a Keith Richards, in testa alle liste delle rockstar che sarebbero morte presto, ma invece erano ancora lì ed entrambi al massimo della creatività, in stato di grazia.
Animal Serenade è un album live di Lou Reed datato 2004, pieno di pathos e con musicisti ridotti al minimo. Contiene una delle migliori versioni di “Venus in Furs” e una poco convincente “Dirty Blvd”.
Una volta lasciati i Velvet Underground, con scarsi risultati commerciali e quindi di fama, Lou Reed ha cercato di costruirsi una nuova immagine.
Man mano che ci provava andava incontro a varie delusioni discografiche e nel frattempo i Velvet Underground diventavano una band di culto che avrebbe ispirato la musica a venire, a partire dal punk.
Forse è stato nel 1982 che Reed trovò la sua vera identità stilistica, con l’album The Blue Mask. Fu l’incontro idilliaco col chitarrista Robert Quine a scolpire le canzoni del disco, in particolare “Waves Of Fear”: Ondate di paura, rannicchiato a terra / in cerca di qualche pillola, l’alcol è finito / il sangue mi gocciola dal naso / riesco appena a respirare / ondate di paura / sono troppo terrorizzato per uscire.
The Blue Mask è dedicato a Delmore Schwartz, l’altro grande padre putativo di Reed insieme a Andy Warhol. Schwartz fu il suo insegnante di scrittura creativa alla Syracuse University, poi la depressione e l’alcolismo lo devastarono, morì a 53 anni nell’Hotel Marlon dove abitava negli ultimi anni: ci vollero due giorni prima che la direzione dell’albergo se ne accorgesse.
Parafrasando Erri De Luca, il fervore delle feste familiari mi rallegrano senza il desiderio di aderirvi.
Preferisco, in questi giorni di euforia diffusa, dilagante, starmene in tranquillità e leggere. Sono ancora alle prese con l’autobiografia di Lou Reed e, dopo la relazione con la trans Rachel Humphreys, ora sta con Sylvia Morales — già appare dal piano di sopra di un palazzo Laurie Anderson —, incontra Robert Quine.
È evidente che Reed fosse pansessuale, ossia che provasse attrazione emotiva e sessuale verso persone, indipendentemente dal loro sesso, dal genere o dall’identità di genere. Conta la persona piuttosto che la categoria di genere a cui appartiene. Nell’attrazione il genere è un fattore non rilevante, di secondo piano. Il termine deriva dal prefisso greco “pan-” (tutto) e indica una fluidità di attrazione verso tutti i generi (maschi, femmine, non-binari, ecc.).
Mi fa sorridere sapere che Reed sia stato aggredito, in un incontro dei Narcotici Anonimi, da un tossicodipendente sdegnato per la sua presenza perché era proprio lui il motivo per cui si faceva di eroina.
Reed si sta ripulendo dalle droghe, ma eccede ancora con l’alcol. Il mito dei VU spopola e ispira, Reed prova a costruire una nuova versione di sé in guerra col passato, l’epicentro dell’Aids si manifesta con tutta la sua furia, facendo strage di persone e di amici suoi.
Rachel finirà sepolta in una fossa comune, senza nome, per le vittime dell’Aids a Hart Island, nel Bronx (Sezione I lotto 205).
“Forse tutte quelle morti — Wharol, Nico, Humphreys, Pomus, Swados — non provocarono un cambiamento nell’atteggiamento in Reed, ma piuttosto coincisero con uno, come indica la title-track di Magic and Loss che chiude il disco. Nella canzone Reed sembra rivolgersi a sé stesso, un uomo di immense ambizioni incapace di superare i propri limiti, la propria rabbia, i propri dubbi e il proprio caustic dreed (terrore caustico), un uomo che era sopravvissuto alle sue battaglie e aveva attraversato metaforicamente il fuoco, più volte”. Commoventi queste righe di Will Hermes.
Sto rivalutando diversi album di Lou Reed che inizialmente mi sembravano poco interessanti, forse condizionato dai fallimenti commerciali accumulati negli anni in cui si parla nella biografia.
Quando venne pubblicato Berlin fu considerato deludente dalla critica, ma è da ritenersi una grande opera rock, un concept album rilevante sia per la trama che per le parole, per la composizione e per le musiche.
La storia è quella di Jim e Caroline, lei gli amici la chiamano Alaska, coppia di tossicodipendenti americani trasferitasi a Berlino. I due conducono una vita misera basata sulle necessità imposte dalle sostanze stupefacenti, quindi prostituzione, liti e incomprensioni che sfociano nella violenza domestica, disillusioni e depressioni che porteranno al suicidio, tagliandosi le vene dei polsi, di Caroline, alla quale viene sottratta la custodia dei figli. La prima parte del concept descrive gli ambienti, la seconda è cupa, lugubre, drammatica.
Sembra che l’autore pensasse a un album doppio, ma la casa discografica, annusando il flop commerciale, avesse eliminato le code strumentali dei brani per ridurlo e limitare i danni. Mi torna in mente J.V. che accorciò “Pianura di sale” per renderla radiofonica, male che in parte recuperai nella riedizione di Canzoni sparse…
Tornando a Berlin, è uno dei primi album che sentii di Lou Reed, ricordo ancora la cassetta che presi in prestito da casa di mio zio e che pensai di non restituirgli.
Reed sapeva che aveva concepito un’opera d’arte importante, immaginava anche un musical basato su Berlin. Ma solo nel 2008, trentacinque anni dopo, si realizzò qualcosa, e fu grandioso: Berlin: Live At St. Anns Warehouse, album dal vivo tratto dai concerti svoltisi al St. Ann’s Warehouse di Brooklyn i giorni 15 e 16 dicembre 2006. Venne prodotto anche il film omonimo. Lou Reed si prende così la rivincita su quel lavoro che venne demolito quando uscì, per riproporre le vicende di quella umanità derelitta ancora con maggiore potenza. Il concerto si conclude con tre bis, fra i quali “Candy Says”, ballata risalente ai tempi dei Velvet Underground dedicata alla transessuale Candy Darling, della Factory di Andy Warhol, morta di cancro a causa delle iniezioni di ormoni femminili. In questo concerto Reed la canta insieme ad Anohni, corista transgender nata col nome di Antony.
Ho terminato ieri la biografia di Reed e sono quasi sorpreso, dispiaciuto, che sia morto.
L’unico modo per elaborare il lutto è ascoltarlo, tornare indietro nelle pagine e annotare qualche appunto che qui raduno, seppur caoticamente, e accumulo come si fa con i sarmenti.
Noto delle analogie strutturali e stilistiche, chiaramente casuali, fra “Junior Dad” di Lou Reed e “Smisurata preghiera” di Fabrizio De André: entrambe le tracce sono le ultime dei rispettivi ultimi lavori discografici ed entrambe terminano con una lunga coda strumentale, ma soprattutto, entrambe invocano una specie di redenzione, per sé nel caso di Lou Reed e per gli ultimi in Fabrizio De André.
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