_Cara Grazia

Cara Grazia,
giuro che questa è l’ultima volta che ti scriverò. Sono incazzato con te e temo che la faccenda, giunti a questo punto, non sia più sanabile.
Giuseppe mi ha chiesto se, ‘vista la mia sensibilità’, potessi scrivere un testo in rappresentanza della nostra amicizia, da leggere in occasione della serata a te dedicata che si terrà prossimamente in un locale a Milano, organizzata dai volontari Emergency del gruppo della Zona 1, quello da te fondato.
A caldo gli ho risposto: «Non lo so, ci penso, ma se dovesse venirmi l’ispirazione credo che la abortirò».
Ci siamo incontrati grazie a Emergency, quando mi ospitassi in una delle trasferte che all’epoca facevo per  partecipare alle assemblee dei soci dell’associazione. Nacque da subito una simpatia e presto un’amicizia, nonostante la considerevole differenza di età — come osservavi.
E oggi mi sono sentito un coglione quando ho scoperto che oramai un anno fa te ne sei andata via per sempre.
Pensa che l’ultima mail te l’avevo scritta ai primi di febbraio, quando ho pubblicato “Epoca”, certo che una canzone con andatura rock-blues sarebbe rientrata nei tuoi gusti musicali. Non mi ero preoccupato minimamente della mancata risposta, ormai mi ero abituato, anche perché sapevo benissimo che la casella di posta la controllavi nelle tue notti insonni, quando ti stancavi di leggere le pagine dei romanzi.
Consideravo normale che non rispondessi alle mie mail, perché non l’avevi mai fatto; così dicasi per le poche telefonate che in questi oltre dieci anni di amicizia a distanza è capitato di scambiare o di fare a vuoto, senza la riparazione di una richiamata.
Mi sono cadute addosso immagini, aneddoti, ricordi, sorrisi e qualche scazzo.
Provo a elencarli senza seguire un ordine logico, perché illogica mi sembra la notizia della tua dipartita: la foto della meravigliosa chitarra acustica firmata Bob Dylan che regalasti a tuo figlio Nicola, le appassionate lezioni che teneva il tuo caro Bruno sugli Ostrogoti che, sotto la guida di Teodorico il Grande, invasero l’Italia nel 488 d.C., il profumo dell’armagnac, le storie dei tuoi mille viaggi, la casa nel lago, la baita del Palù, il tuo bell’appartamento sull’attico da dove si vedeva lo scorcio della metropoli milanese scorrere sotto, il bar del quasi centenario Cucchi dove facevamo gli aperitivi prima di pranzo – io prendevo il Negroni e tu il cocktail Martini — il risotto con l’osso buco e l’hummus che preparasti nella tua cucina, la rumeria dove mi mandasti a comprare il rum per la sera, la birra a Dongo deridendo Mussolini e i suoi seguaci, la pendenza assurda superata con il pick-up guidato dal tuo amico vecchissimo per arrivare ai 2000 metri del Palù, quella notte che facesti una scenata al cameriere della rumeria storica di Milano perché ci aveva servito un rum invecchiato trent’anni dopo che ne avevamo consumato uno invecchiato cinquanta, il rientro a casa a braccetto per assestare l’equilibrio di entrambi e alleviare la tua anca; quando mi dicesti che saremo andati insieme a sentire i Rolling Stones non appena fossero venuti a Milano, ma poi non avvenne, l’impianto audio che ti aiutai a comprare per sentire sia i CD che la musica digitale, la musica digitale che ti portai, dagli Stones ai Pink Floyd, l’house-concert che tenni nella tua sala, quel giorno che andammo alla Scighera, quando in treno passammo per Domodossola — io risi pensando alla lettera D —, l’incontro carbonaro con Paolo Finzi, il mio terzo album, Girotondo, che producesti e finanziasti, e i consigli che mi davi e che facevo finta di seguire, i porcini trovati nel bosco e accompagnati col Gin, la polenta servita al rifugio, il vermentino non abbastanza freddo che ci servirono in quel ristorante a Costa Rei, quando mi prendesti in giro perché per un lapsus dissi che Guerra e pace lo scrisse Hemingway e non Tolstoj e mi giustificai dicendo che stavo pensando ad Addio alle armi.
Tante volte ti ho scritto, ma tu raramente rispondevi, salvo salvarti con una telefonata o due all’anno.
Tante volte, dicevamo entrambi, ci siamo pensati reciprocamente, ma raramente ci cercavamo.
Dicevamo che l’amicizia, la nostra amicizia, se ne fotteva delle differenze d’età e poi tu, in confronto a me, avevi lo spirito di un’adolescente, sei sempre stata più giovane di me — sembra una canzone di Dylan.
Come dicevo all’inizio, giuro che non ti scriverò più.
Avrei voluto dirti che avevo tradotto e riscritto una canzone di Leonard Cohen e l’avevo intitolata “Grazia Hotel”.
Sono arrabbiato perché non ho saputo che a un certo punto avevi smesso di viaggiare, di sentire musica, di andare al cinema, nei musei, alle mostre d’arte o nei sexy shop con le tue amiche, di comprare quadri, di andare ai concerti, di bere il cocktail Martini, di leggere le mie mail nella notte milanese, però adesso dovrò farmene una ragione.
È strano come in questa slavina di parole — che richiama le tue amate montagne — non abbia usato nemmeno una volta la parola libertà.
Ci siamo voluti bene, mi mancherai, ma queste sono le regole del gioco che chiamiamo vita, che non stabiliamo noi.
Un abbraccio dal tuo amico cantautore sardo, N.