Dopo Noam Chomsky, un altro tradimento intellettuale: Erri De Luca.
De Luca è uno scrittore che leggo da tanti anni, di una statura riconoscibile, uno che centellina le parole per comporre frasi poetiche, evocative, perfette, dense di valore, e proprio la sua poesia “Considero valore” mi viene in mente. La tenacia e l’empatia, ancor prima della poetica, mi catturarono nella rete. Oltretutto, il suo impegno non è stato solo artistico, ma civile, forse civile prima di tutto, civile prima che letterario: la letteratura gli è servita per raccontarsi.
Su alcuni suoi ragionamenti e convincimenti non sono mai stato d’accordo, come quando durante una chiacchierata letteraria — la prima grande delusione che mi diede — disse che era irrispettoso sostenere di essere atei, semmai bisognava dire di essere non credenti, nemmeno fosse mia madre (Tu non sei ateo, tu sei non praticante). Quanto rilasciato in un’intervista a Israel Hayom di Gerusalemme e ripresa in Italia dal Foglio è tremendo: si schiera apertamente con Israele e col sionismo, depreca l’uso della parola genocidio. Non è disposto, dice, a fare da ornamento intellettuale a gruppi che utilizzano queste parole.
Ciò che è accaduto a Gaza è una guerra brutale e moderna, in cui il numero di vittime civili è enorme e terribile perché quando si combatte in uno spazio urbano denso, tra scuole e ospedali, la popolazione paga sempre il prezzo più alto. Non solo a Gaza, ma in ogni luogo in cui si combatte una guerra da Mosul a Kharkiv. È terribile ma non è genocidio. Il fatto che Israele abbia ripetutamente spostato la popolazione civile, da nord a sud e da sud a nord, per allontanarla dalle zone di combattimento attivo, rende questa accusa vuota.
Se si trattasse solo dell’uso della parola genocidio potrei ‘perdonarlo’, ma qui si tratta di una riflessione di principio, come a rinnegare e a sputare su un ragionamento generale che prevedeva che la guerra dovesse essere abolita, che pensavo condividessimo. Non a caso conobbi De Luca durante un incontro nazionale fra volontari di Emergency, se non sbaglio a Orvieto. Erri, ricordi Gino Strada, Teresa Sarti, Carlo Garbagnati?
Le sue parole fanno male e non sono sanabili, sono sioniste, ci si sente traditi.
Non era quindi empatia?
Mi terrò molte sue pagine, ma riguardo l’uomo che ho letto e citato decine di volte, lo getterò nel cassetto delle cose da dimenticare. Comunque sia, per dirla con le parole di un amico, ‘non mi troverete in mezzo alla folla urlante che invoca il crucifige’ e nemmeno fra coloro che faranno roghi coi suoi libri, come nel 1933 fecero le autorità della Germania nazista.
Forse, fosse stato ancora in vita il suo amico fraterno Gianmaria Testa, l’avrebbe fatto ragionare e desistere da queste esternazioni plateali, da questa presa di posizione contraria ai principi che in molti pensavamo custodisse, principi di umanità, da questo sconfessare un’idea comune alla quale credevo aderissimo insieme, da questo allineamento morale con i nuovi fascisti che dominano la terra, da questa certezza delle guerre necessarie, dall’effetto inevitabile del combattere un nemico che si trincera tra i propri civili.
Riprenderò anche a bere latte, visto che smisi proprio leggendo un suo libro di alcuni anni fa, su suggerimento del coautore biologo nutrizionista Galasso.
Le scuse ufficiali mi sono parse peggiori della prima uscita. Mi è venuto in mente «Definisci bambino»: «Definisci genocidio».
Le seconde scuse, quelle su un biglietto scritto a mano (Non capisco in cosa le parole massacro, strage, siano per Gaza inferiori a genocidio. Forse perché suona più energico) non sono scuse, sono un diversivo, anche se sulla definizione di genocidio se ne sarebbe potuto discutere. Ma non sull’opportunità di massacrare un popolo per costruire il sionismo di un altro.
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