_DEI MITI SARDI

DEI MITI SARDI

Fra il 2011 e il 2012 mi appassionai allo studio delle tradizioni popolari sarde e, in particolare, ai saggi dell’antropologa Dolores Turchi. Mi hanno sempre incantano le leggende dei miti.
Come mio solito, man mano che leggevo, a furia di prendere appunti nei foglietti messi tra le pagine dei libri, scrissi alcune canzoni, due delle quali ancora inedite: “Ea”, “Di Barbagia”, “Acciaio e diavoli” e “Tre fiori”. Le musiche delle ultime due le affidai a Andrea Cappai.
“Acciaio e diavoli” racconta di un’antica credenza, comune a molti paesi, la quale narra di alcuni uomini che, durante la notte, si trasformavano in buoi e, muggendo, si accostavano alla casa delle persone che in quella notte dovevano morire. Si tratta dell’Erchitu o Boe Muliache, una creatura leggendaria della tradizione popolare sarda, un uomo che ha commesso una grave colpa e per sortilegio, certe notti, si trasforma in un bue bianco con corna d’acciaio. Questo essere fantastico gira per le vie del paese, accompagnato dagli ispiritos o animas malas, emettendo urla, annunciando sciagure e stragi nel luogo in cui si rotola al suolo; attraverso s’imbrossinadura (l’atto del rotolarsi a terra davanti a tre luoghi sacri differenti) il demone riprende sembianze umane. È piuttosto interessante la tesi dell’antropologa Dolores Turchi riguardo le affinità con i miti greci.
“Di Barbagia” si riallaccia al carnevale sardo, alla chiusura del quale, nei paesi della Barbagia, compariva sempre una maschera vestita di nero, che raffigurava una vecchia, molto spesso gobba e con la schiena piegata ad angolo retto, munita di fuso e conocchia. In alcune località era chiamata filonzana perché filava la lana ed era la maschera più temuta del carnevale sardo. Da tanto tempo la gente non sa più cosa rappresenti, ma reputa un cattivo augurio se la trama che lei fila dovesse spezzarsi.
Scrive ancora Dolores Turchi che molto probabilmente questa maschera, relegata ora soltanto all’ultimo giorno del carnevale, un tempo doveva uscire accompagnata da un codazzo di bambini, anche l’ultima notte dell’anno, per la questua che ancora oggi si fa in vari paesi della Sardegna. Bambini e ragazzi grandicelli, nell’oscurità, bussavano alle porte delle case per ottenere farina, frutta secca, dolciumi… Se qualche persona avara non rispondeva alla questua, la frase tradizionale era sempre la solita:
No nolla dazzes sa candeledda?
Cras a manzanu in terra nighedda
Nel 2013 pubblicai Storie in forma di canzone e inserii sia “Acciaio e diavoli” che “Di Barbagia”.
Al termine di quest’ultima c’è un raro e prezioso contributo audio che raccolse Marco Lutzu, ricercatore di scienze dell’antichità filologico-letterarie e storico-artistiche dell’università di Cagliari: è la voce di Ofelia di Urzulei.
Sono sempre scettico, ma ammaliato, quando mi capita di assistere a certi riti del paganesimo arcaico. Avvincono le masciare raccontate dagli scrittori o cantate da Capossela, sacerdotesse delle stagioni e degli astri, figlie di antiche credenze fondate sull’armonia con i cicli naturali, simili in molte regioni dell’area mediterranea. Un po’ come per mia nonna, da parte di padre, le consideravano in grado di portare sollievo, mediante intrugli di erbe e sementi, alle persone afflitte da malanni e malocchio (come se quest’ultimo fosse una vera patologia). Da qualche parte quell’antica religione esiste ancora e la si pratica, ma il trascorrere dei secoli e le conoscenze scientifiche l’hanno relegata a pura superstizione, sfigurandole il volto. Mia nonna, in più di un’occasione, mi fece quel rituale, non so per quale sospetto o scaramanzia, recitando sottovoce preghiere cristiane mutilate. In un paesino barbaricino signora O. pratica ancora, ogni tanto, sa mexina de s’ogu, mischiando in una ciottola di ceramica acqua, sale, gocce di olio e chicchi di grano, mentre mormora is brebus, scacciando così le energie negative e i malesseri psico-fisici trasmessi attraverso uno sguardo portatore, spesso inconsapevole, del malocchio, dell’occhio cattivo. Queste pratiche placebo sono ovviamente illusorie e il più delle volte innocue (come le canzoni), a parte quando vorrebbero sostituirsi alla scienza e imporsi come verità. Tornano in mente le parole di Maria Lai: «L’uomo ha bisogno di mettere insieme il visibile e l’invisibile perciò elabora fiabe, miti, leggende, feste, canti, arte».

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