_DELLA NOTTE

DELLA NOTTE

E l’alba soffia il suo respiro
sulla luce nuova del mattino

Quasi dieci anni fa, dopo alcune chiacchierate con Salvatore Niffoi, venne alla luce Abacrasta e dintorni, concept album liberamente ispirato a due opere letterarie, La leggenda di Redenta Tiria e Il viaggio degli inganni, dello scrittore di Orani: i personaggi tratteggiati nelle pagine dei romanzi indossarono nuove vesti nella forma canzone; così le vicende ambientate tra Abacrasta e Oropische, paesi immaginari dell’opera niffoiana.
Il lavoro fu frenetico, ma in quel periodo furono d’aiuto una certa ispirazione e il supporto di un po’ di amici, alcuni dei quali abili strumentisti. L’esordio, perché si trattava del mio primo album discografico, fu ben accolto dalla critica e dal pubblico. Fui abbastanza soddisfatto del risultato, tant’è che tralasciai miseramente alcuni aspetti fondamentali legati alla promozione: non lo presentai mai dal vivo e non lo utilizzai come opera prima per le candidature alle Targhe Tenco, cosa — quest’ultima — che in seguito mi fu rimproverata da alcuni esperti del settore. Ora è inutile piangere sul latte versato, ma se avessi agito più astutamente, al di là della soddisfazione personale, avrei potuto sfruttare l’occasione per presentarmi a un pubblico più vasto.
“Abacrasta”, l’ho detto tante volte, fu la canzone da cui scaturì l’intera produzione. Dopo l’idea condivisa con lo scrittore buttai giù alcune canzoni, ma fra le figure essenziali della narrazione che avevo in mente mancava Redenta Tiria. Nel racconto di Niffoi, nel paesino di Abacrasta si salvano solo alcune persone dalla morte violenta, grazie all’incontro con quella donna cieca, scalza e coi capelli corvini, che taglia la lingua a quella Voce che dice loro di farla finita: un’allegoria della speranza.
L’ispirazione arrivò in piena notte, ero fuori casa senza chitarra e senza taccuino. Per non scordare i versi trascorsi la nottata insonne ripetendoli ossessivamente a fior di labbra e, appena la luce filtrò dalle persiane, uscii in cortile: era l’alba di una infuocata giornata di luglio, coi monti da una parte e il mare dall’altra, il verde dei lentischi contro il blu a pecorelle.
Il tema musicale è lo stesso di “Abacrasta”, poi variato nei tre intermezzi delle “Tanche brulle”, e fu allora che pensai all’ipotesi launeddas: trattandosi di storie ambientate in Sardegna, pensai di inserirle proprio perché il loro suono è, per via delle origini, indissolubilmente legato a questa terra. Essendo però quegli anni usurpati da alcuni eccessi folcloristici spacciati per contaminazioni, mode che non gradivo e non gradisco tuttora, lavorammo a delle atmosfere un po’ cupe e smorzate, centellinando i richiami etnici.
Fu un amico a parlarmi di Andrea Pisu, allora giovane suonatore di launeddas, col quale non ho alcun rapporto di parentela, che contattai per presentargli il progetto e chiedergli se gli andasse di parteciparvi: accettò con entusiasmo. Un pomeriggio venne in studio, accordò l’ancia con la cera, si infilò le cuffie e cominciò a suonare sul pezzo, senza averlo sentito prima, senza chiedere nemmeno la tonalità. Mi disse «io vado d’istinto». Jacopo Vannini, il fonico di allora, rimase sconvolto.
Andrea Pisu, che non è mio cugino, già allora era considerato un virtuoso delle launeddas e un po’ di anni dopo si unì a un altro musicista virtuoso dell’organetto, Vanni Masala, per formare il duo Fantafolk col quale esplorano territori di sperimentazione che, partendo dagli schemi ritmici dei balli sardi, si aprono a diverse influenze esterne; da tempo il duo partecipa a importanti festival e collabora con musicisti di fama internazionale. Vanni Masala l’ho coinvolto successivamente nel disco Girotondo, a dipingere “La ballerina di stracci” e a disegnare “Ombre”. Quando ci siamo presentati mi ha chiesto se per caso fossi parente di Andrea Pisu.

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