_DI UN CANTAUTORE DISADATTATO

DI UN CANTAUTORE DISADATTATO

Non ho mai avuto un buon rapporto con le interviste, soprattutto con quelle ‘in diretta’; così per le comunicazioni telefoniche, anche con gli amici, dove esprimo sempre un pacato nervosismo, imbarazzo, una strisciante dislessia e una presunta ritrosia.
Ho resistito all’uso di certi strumenti comunicativi che poi oggi decifrano il piano dei rapporti umani e sociali: ho impiegato molti anni prima di utilizzare Facebook e ho rifiutato per un decennio WhatsApp (ora lo utilizzo esclusivamente per comunicazioni in ambito lavorativo); non ho mai ceduto alle emoticon, le considero patetiche. Invece, ho avuto una predilezione prima con le lettere da imbucare nella cassetta della posta e successivamente con la posta elettronica: sono un uomo del ‘900.
Non so se tutto ciò sia frutto del mio carattere schivo, di una invincibile timidezza latente, di insicurezza o del mio essere un disadattato (definizione che mi ha affibbiato un caro amico).
Spesso, messo alle strette, in contesti a me non familiari (vivo a mio agio solo nella mia zona comfort), per far spegnere una discussione in cui è impossibile che possa convincere l’interlocutore, nemmeno farlo ragionare secondo i miei principi e canoni, trovandomi in irrimediabile disaccordo, taccio senza lasciare intendere che concordi con lui, ma neppure che sia troppo in contrasto con quanto dice: è una tecnica di sopravvivenza; il passo successivo è scappar via con un pretesto.
Ma torniamo alle interviste. Recentemente ne ho rilasciata una per Massimo Ferro, su ADMR Rock Web-radio, per il programma Folk Beat da lui condotto. Ferro ha dedicato un’intera puntata al racconto del mio ultimo album. Quella per me sarebbe potuta essere una ghiotta occasione, visto che si trattava di una vera e propria presentazione-intervista e considerato che Di un cantautore e d’altre storie non l’ho mai eseguito dal vivo (in realtà non suono dal 2018-2019).

– Caro Massimo, solo per ribadirti la gratitudine per lo spazio che mi hai dedicato ieri, anche se prediligo le interviste scritte, dove le parole decantano prima di essere pronunciate. Infatti, per chissà quale tara psicologica, nelle interviste tendo a ingarbugliarmi dialetticamente. Ti abbraccio.

– Ciao Nicola, capisco la tua prospettiva ma secondo me te la sei cavata più che egregiamente… e parlo con cognizione di causa avendo alle spalle quasi un migliaio di interviste.

Invece, durante la lunga chiacchierata post intervista telefonica (avvisato del termine della registrazione), mi sentivo sciolto e a mio agio a parlare di musica, della mia musica, sia quella che faccio che quella che ascolto. Massimo Ferro mi ha fatto notare, sarcastico, che dal famigerato Dizionario si direbbe che saremmo almeno in 2000 a occuparci di canzone d’autore in Italia (il mio nome è accostato a quello di Capossela, Max Manfredi, ma anche Madame!). Però, durante l’intervista registrata è venuta fuori, a ondate, una serie di criticità, forse di origine psicologica: ansia, tremore, afasia, imbarazzo, dimenticanze, povertà dialettica, incespicamenti narrativi, ripetizione ossessiva del termine ‘insomma’, opaca brillantezza di idee e incapacità di parlare di musica, della mia musica, sia di quella che faccio che di quella che ascolto; e la tendenza a mentire qua e là per mettermi in salvo da chissà cosa, come se fossi un cantautore affondante. Prediligo decisamente le interviste scritte, dove le parole decantano prima di essere pronunciate. Inoltre, credo che il mio pensiero e le mie emozioni vengano fuori meglio attraverso le canzoni. Sì, mi sento ineluttabilmente a mio agio esclusivamente nella mia zona comfort, anche se nemmeno lì riesco a evitare prolisse inutili e patetiche confessioni, come questa alla quale, insomma, metto il punto.

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