_ESERCIZIO DI GIOVENTÙ

ESERCIZIO DI GIOVENTÙ

“Canzone del tempo che passa” è la mia trentaduesima canzone. La scrissi, stando alla data riportata nel testo scritto a mano (allora si scriveva ancora con penna e foglio), nel 1995, quindi avevo 22 anni o giù di lì. Ero già immerso nella vita universitaria e abitavo nella casa dello studente di via Biasi a Cagliari.
Per quanto vi abbia rimesso mano negli anni a seguire, non ho mai voluto snaturare il testo originario che resta debole, acerbo, molto spontaneo. Ha una sua struttura metrica, ma quasi di comodità.
La storia che racconta è la mia, quella di un normalissimo ragazzo di paese, senza colpi di scena, senza avvenimenti sensazionali (non ho avuto un vissuto come quello di Hemingway), e perciò poco affascinante; o meglio, è stata affascinante solo per me, il protagonista principale della mia vita. È questo il motivo basilare per cui non credo che la canzone sia pubblicabile, nonostante l’andatura in sei ottavi le conferisca un buon ritmo e una specie di amara allegria. Fu sicuramente una delle prime composizioni che mi soddisfò e mi rese fiero di saper scrivere canzoni, nonostante quello fosse solo un esercizio di gioventù.
Credo di averla fatta sentire a un bel po’ di amicizie e compagnia dell’epoca che, se non ricordo male, apprezzarono il mio salto nel vuoto dal genere hard rock al territorio dei cantautori. Certamente la eseguii qualche volta nei concerti nella cucina comune della casa dello studente, ma anche nelle esibizioni con i Suoni e Rumori Popolari.
Per quanto di matrice autobiografica, va sempre tenuto conto che le canzoni riescono a mistificare la realtà e a concretizzare la fantasia di chi le scrive, in buona o cattiva fede, per vanità, timidezza, furbizia o codardia.
D’altra parte, autobiografica o meno, uno scrittore di canzoni non è un giornalista legato alla coerenza degli eventi che racconta; spesso, dei personaggi fa un sunto, mettendo insieme solo certi aspetti della loro vita, e così facendo li deforma a proprio piacimento.
Scrisse il poeta portoricano Pedro Pietri: Ho ancora tanti dolcissimi ricordi di tutte le cose che non abbiamo mai fatto insieme. Sei un sogno di cui faccio volentieri a meno. Sogno sempre tante persone, ma te mai. Però, ci innamoriamo più dei ricordi di ciò che abbiamo condiviso con una persona amata.
Il pezzo, per le intenzioni che si proponeva di esternare, avrei dovuto scriverlo almeno all’età che mi ritrovo ora, ma in fondo le previsioni sul futuro non sono state disattese, nel senso che non sono poi tanto lontane dalla realtà attuale. Riguardo l’auspicio per l’ineluttabile morte dell’uomo e del cantautore, inizialmente scrissi “Quando avrò sessant’anni ti aspetterò sdraiato sopra questa canzone…”, verso poi mutato in settant’anni e, infine — direi che possa bastare —, in ottant’anni.
Certe canzoni volano nel cielo, dove incontrano stormi dei nostri sogni. Delle volte fuggono dalle anguste gabbie metriche in cui l’autore le aveva rinchiuse, e quel volo diviene quasi epico. Non è questo il caso di “Canzone del tempo che passa”, ma lo slancio iniziale era proprio quello.
Cantare le canzoni scritte a vent’anni o giù di lì, rimaneggiarle, illude di avere ancora quell’età, di essere refrattario al tempo trascorso: irragionevolezza pura.
Parafrasando Umberto Eco, tutti a 16 anni hanno scritto canzoni e poesie, come l’acne giovanile. I cantautori si dividono in due categorie, i bravi cantautori, che a un certo punto distruggono le loro brutte canzoni, e i cattivi cantautori, che le pubblicano e continuano a scriverne sino alla morte.
Un giorno di febbraio del 2021 l’ho registrata nella mia tana, come un topo autarchico, ma poi fortunatamente è venuto in soccorso il mio fidato fonico, Roberto Corda, a mettere a posto voci e chitarre, e a far sì che suonasse. Non si tratta di una pubblicazione ufficiale, ma soltanto di un esercizio di malinconia e disperanza eseguito a cinquant’anni o giù di lì.

Mi intimorisce la morte precoce
Signora quella falce se la metta fra le cosce

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