_MOLLY DI CÉLINE

MOLLY DI CÉLINE

Capitava che Bukowski, lo scrittore e poeta pateticamente eroico, citasse colleghi conosciuti in qualche biblioteca attraverso le pagine dei libri che sfogliava, nei momenti in cui non era al bancone di un bar a bere.
Un uomo che, secondo Bukowski, restituì un senso alle parole fu John Fante, l’italoamericano di Chiedi alla polvere: lo definì «lo scrittore migliore che abbia mai letto», che arrivò a paragonare a un dio, anzi, lo definì il suo dio.
Verso i vent’anni ho cominciato a leggere qualsiasi cosa a firma Bukowski, impressionato dalle storie, che inizialmente pensavo fossero il frutto di una geniale finzione letteraria; poi, ho capito che quella — la finzione letteraria — c’era, ma per il novanta per cento si trattava di vita vissuta nei sobborghi di Los Angeles.
Da qualche parte ho letto, e la cosa mi commosse, che Hank immaginava la casa dove era vissuto Fante e che, passandoci davanti con la fantasia, si chiedeva se quella fosse la finestra da cui uscì Camilla Lopez, la giovane cameriera messicana che fece innamorare Arturo Bandini, alter ego di Fante.
Bukowski, in età avanzata, quando da un sudicio monolocale si trasferì in una fastosa villa con piscina — conseguenza della notorietà finalmente acquisita anche in America — costrinse la Black Sparrow a ristampare Chiedi alla polvere, sotto minaccia di non consegnarle più alcun suo manoscritto.
Di Fante ho sentito parlare in seguito da Vinicio Capossela, musicista che apprezzo, forse uno dei primi, in Italia, ad accorgersi dello scrittore e a contribuire alla diffusione della sua opera: nel 1996 Capossela, accompagnato dall’amico poeta Vincenzo Costantino “Cinaski”, portava in giro un reading dedicato allo scrittore italoamericano. L’amore di Capossela per Fante si coagula nella sua splendida “L’accolita dei rancorosi”, esplicito omaggio a “La confraternita dell’uva”, romanzo di John Fante, che narra la storia di quattro italiani vecchi e ubriaconi.
Poi, sempre stimolato da Bukowski, fra le mie letture è giunto Céline: in qualche memorabile intervista disse che Céline lo scoprì con il Viaggio, che lesse d’un fiato sdraiato sul letto e mangiando crackers, concludendo infine di aver incontrato uno che scrivesse meglio di lui!
Céline mi sorveglia mentre bevo, scrivo, ascolto musica e fumo sigari, insieme ce la spassiamo mentre il resto della gente gioca a bowling, dorme, guarda la tv, discute, scopa, mangia, fa un mucchio di stupidaggini e via dicendo.
Qualcuno disse di Céline che non era certo se fosse un grande scrittore ma un atroce antisemita o un atroce antisemita ma un grande scrittore. Non voglio approfondire la conoscenza della biografia di Céline, ché già troppo ho letto riguardo le sue simpatie filo-naziste, anzi, vorrei rimuovere queste informazioni per perderle nel buio della notte, al termine della notte. Considerazioni che valgono anche per Ezra Pound, Wagner e pochissimi altri. In fondo Céline fu un grande scrittore ma un atroce antisemita e grazie o per colpa dei miei pregiudizi, l’ho letto abbastanza tardi, attraverso il suo primo romanzo, del 1932: Viaggio al termine della notte. In quell’opera sono espresse tensioni e smorfie di un’epoca, saltando fra tragedia e sarcasmo dell’anima umana, della sua precaria condizione morale, oltre che materiale e materialistica, mettendo al bando retorica e moralismi. Nichilismo, misantropia, cinismo, satira, denuncia e pessimismo pervadono inconsolabilmente la narrazione dello scrittore francese. In particolare, è stato il personaggio di Molly, bella ragazza americana che Ferdinand Bardamu, narratore nonché alter ego dell’autore, incontrata a Détroit, a ispirarmi la scrittura di “Schegge”, intitolata inizialmente “Molly di Céline”.
“Schegge” racconta di un amore breve ma intenso, sarà l’irrequietudine a porvi termine, nato dall’incontro fra Bardamu e Molly.

Innamorarsi è niente, piccola mia
il difficile è restare assieme
Con la giovinezza, la giovinezza che freme
innamorarsi è proprio facile
Ma se la incontraste in qualche luogo
rassicuratela che non ha importanza
se non fosse più tanto bella
ché la sua bellezza ho conservato in me

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