_GUCCINI

Come vedi tutto è usuale, solo che il tempo stringe la borsa e c’è il sospetto che sia triviale l’affanno e l’ansimo dopo una corsa, l’ansia volgare del giorno dopo, la fine triste della partita, il lento scorrere senza uno scopo di questa cosa…che chiami…vita.

La morte nera e secca di Francesco Guccini, in qualche modo, l’aspettavo: ci ho pensato spesso negli ultimi anni. Si è presentata senza appuntamento — lei può permetterselo —, forse un po’ più tardi del consueto, ma di certo non in anticipo.
Con Guccini muore anche una parte di me, del Nicola cantautore che si è formato con le sue canzoni e che da adulto ha continuato ad abbeverarsi da quella fonte.
In questi giorni di dubbi immensi, l’assenza di Guccini si fa presenza e mi dà forza.
Con queste righe lo saluto — è il mio rituale funebre — per misurare l’assenza, con le sue canzoni che riempiono la casa, con la balbuzie intellettuale e l’afasia, con l’oscuro per ciò che ci aspetta.
Un’eletta schiera di critici di professione e improvvisati, conoscitori distratti della canzone d’autore, fruitori occasionali, riempie giornali e post di banalità, senza capire che con Guccini è morta proprio la canzone d’autore, quella che in fondo non hanno mai apprezzato né compreso, quella che dicevano essere triste e noiosa.
In tanti, troppi, oggi lo ricordano citando “Cirano” o “Don Chisciotte”, i cui testi sono di Beppe Dati. Anche “Venezia” e quasi tutta “Keaton” non sono sue, bensì rispettivamente di Alloisio e Lolli. Guccini è nelle altre circa 150 canzoni da lui scritte, spalmate in 16 album in studio.
Leggo le parole pronunciate dal cardinale Matteo Zuppi per il funerale di Francesco Guccini, tenutosi in forma privata a Pavana (e dove altro?). Formano un lungo messaggio costruito con citazioni delle canzoni di Guccini, una specie di parafrasi della vita, della morte e della fede (Zuppi è pur sempre un uomo della Chiesa). Comincia così: Non era un accordo così definito come quello che Francesco stabilì con Piero, circa l’impegno a tornare e a dare informazioni di prima mano sul dopo ma, una sera, parlando dell’ultimo saluto, Francesco disse che sarebbe stato contento della mia presenza, con annessi e connessi, per poi aggiungere che, qualora le parti si fossero invertite, lui avrebbe potuto, in Cattedrale o dove non so, presenziare con il suo saluto. Tocca a me.
Guccini è morto nel giorno della Festa della trasfigurazione, la gloria di Dio che si rivela nell’umano (per i credenti), e nel giorno in cui si ricorda la bomba nucleare su Hiroshima, l’orrore umano che si rivela all’uomo.
Certi artisti (sebbene lui non amasse quell’etichetta) ci lasciano le opere e le canzoni; i più grandi (Guccini è tra questi) ci lasciano anche un modo di stare al mondo.

È facile tornare con le tante stanche pecore bianche. Scusate, non mi lego a questa schiera: morrò pecora nera.

Ogni volta che provo a fare una classifica delle migliori canzoni di Guccini, fallendo, “Lettera” è sempre tra le prime tre, poco dopo c’è “Quello che non”, ma poi arrivano canzoni di notte a caso, d’amore o quasi, di altre sciocchezze, di ricordi suoi ormai divenuti anche miei, e le domande consuete scompigliano tutto. Ho fatto diverse raccolte della sua opera, l’ultima delle quali nel 2024. L’ho intitolata Guccini secondo me: comincia con “Canzone per un’amica” tratta da Fra la via Emilia e il West e termina con “La locomotiva”, e come altro se no? Ci ho messo anche “Natale a Pavana”, per me commovente.
La mia casa trabocca di canzoni.

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