_IL CANTAUTORE E LO SCARAFAGGIO DI KAFKA

IL CANTAUTORE E LO SCARAFAGGIO DI KAFKA

“Il treno è una visione laterale della vita; non fai in tempo a vederla ed è già passata.”
(Paolo Rumiz)

Vestii i panni del cantautore con un briciolo di vergogna e lo feci con un certo ritardo rispetto a quando compresi che le mie attitudini di scrivere canzoni erano molto più di un gioco. Con Abacrasta e dintorni, uscito nel 2008, dissi ufficialmente a me stesso, prima che agli altri, che ero un cantautore, nonostante non presentai mai il lavoro dal vivo o in altri ambiti.
Il disco andò esaurito in breve tempo senza alcuna campagna promozionale: si diffuse più che altro tramite passaparola. La musica digitale (fruibile senza supporto fisico) già esisteva, anche se dal mio punto di vista lungimirante non avrebbe mai potuto prendere il sopravvento sui CD. Ricordo un amico pirata seriale che si scusò per aver scaricato abusivamente il mio album da un sito ideato ad hoc: alla fine comprò anche il CD e mi offrì da bere, anche se pagai io. Oggi l’album è in vendita nei principali negozi di musica digitale, ma non ho idea di chi ne percepisca i proventi.
Le storie di “Abacrasta”, col beneplacito di Niffoi, circolavano senza bisogno di accompagnatore, e presi a esibirmi dal vivo solo nel 2013, quando presentai il mio secondo album, Storie in forma di canzone. Inizialmente misi su il cosiddetto Trio per canzoni a corde, insieme a due musicisti: uno (Fabrizio Bellu), di estrazione blues, alla chitarra elettrica e l’altro (Andrea Cappai) al basso e alla chitarra acustica. Le prove durarono circa sei mesi perché, forte della mia insicurezza, ero tremendamente pignolo, fino a rasentare l’ossessione. Vestimmo di suoni elettrici “Abacrasta”, “Della notte” divenne cupa, “Tzellina” guardava a Lou Reed e “Il servo pastore” a Tom Waits, “Pianura di sale” scavalcava il recinto del folk, “Maria Maddalena che piangeva nell’oceano” si ritoccava appena il trucco… inserimmo una cover per levigare le passioni e mitigare la tensione: una mia libera traduzione e adattamento di un monumento dei Rolling Stones, “Sympathy for the devil”, che divenne “Comprensione per il potere (o per il male)”.
Ne avevo già pronte altre da proporre al trio assetato di quella musica, canzoni frutto di molteplici traduzioni e tradimenti, da Dylan a Cohen, da Springsteen a Waits.
Quando stabilii che si era sufficientemente preparati per presentarci al pubblico facemmo due prove generali, una prima data per la presentazione dell’album in uscita, che però era privo di quelle sonorità (fatta eccezione per “Maria Maddalena che piangeva nell’oceano”), un concerto in un locale a Cagliari e l’esperienza si consumò come la cera di una candela.
Analizzai accuratamente le aspettative che avevo per quelle canzoni, per il cantautore che ci metteva la faccia, e cambiai approccio nei confronti dei live, esacerbando la mia diffidenza e divenendo ancora più rigido e parsimonioso.
Un bravo cantautore, qualità a cui ambivo, quando scrive non pensa ai possibili ascoltatori, ma è tanto più bravo quanto con le canzoni riesce a costruirsi un pubblico di suoi ascoltatori, che si aspetta esattamente quelle canzoni. E quel pubblico non lo si può che incontrare negli spazi adatti e predisposti all’ascolto. Ambiti così, a parte alcuni rari casi, non capita di trovarne in giro nelle viscere di Cagliari (per me il centro urbano più importante, di riferimento). È più facile che certe situazioni si materializzino negli house concert. L’alternativa sarebbe stata quella di fare ciò che fanno in tanti, compresi i miei colleghi cantautori, ossia accettare di suonare davanti a un pubblico prevalentemente distratto, esattamente come i luoghi che lo accolgono hanno fatto in modo che diventasse. A questo proposito, Max Manfredi cita spesso Petrolini che, al loggionista che l’aveva fischiato e disturbato durante uno spettacolo, dice «Io nun ce l’ho cò te ma cò quelli che te stanno vicino e nun t’hanno buttato de sotto». È valida per molteplici occasioni e può salvare faccia, spirito e concentrazione, ma io non sarei capace di usare questi stratagemmi teatrali.
Per rimediare a questa mancanza di spazi deputati alla canzone d’autore ho provato a porre rimedio costruendomeli in via provvisoria, prima con i concerti privati, casalinghi, poi con dei progetti artistici riservati per qualche piccolo Comune in via di spopolamento. Mi dispiace ammettere che, per quanto riguarda questi ultimi, ho dovuto alla fine scrivere: «La tua tardiva (è un eufemismo) risposta fa sì che la mia proposta non sia più valida, ma soprattutto, che tu non possa porti nei miei confronti con un’aura di educazione: oramai non me ne faccio nulla dei tuoi complimenti e se, come dici, ora i tempi sono maturi e potremmo organizzarci, per me, per il mio entusiasmo, non lo sono affatto. Non ho più vent’anni e sono una persona educata e seria. Saludos».
Il cantautore scrive e fa le canzoni; lì dovrebbe fermarsi il suo compito, a parte la possibilità di esibirsi nei concerti. Le vendite, ma anche la promozione del suo lavoro creativo e tutto ciò che ne deriva dovrebbero essere incombenze di altre figure, magari competenti, non di certo del cantautore. Invece, oggigiorno, delle volte, ma parecchi colleghi danno man forte a tale credenza, si pensa al cantautore come a un fraticello che si aggira per piazze e locali pronto a imbracciare la chitarra laddove glielo chiedano, per offrire le sue canzoni con benevola pietà, in cambio di qualche applauso distratto e di poche monetine da lasciar cadere nel fondo di un cappello.
Una delle prime canzoni che ho sentito di Guccini e che mi ha fatto innamorare della sua poetica è “L’Avvelenata”. Forse — mi dico oggi — l’infatuazione è avvenuta anche perché ero un ragazzino e le parolacce avevano un bel fascino su di me. “L’Avvelenata” è uno sfogo, un grido di insofferenza contro la musica e l’arte in genere, una critica al modo di porsi e concedersi di cantautori e artisti, ma anche riprensione verso sé stesso. Oggi, la datazione della canzone si sente: è figlia di un determinato periodo, gli anni Settanta, e ne riflette bene l’atmosfera dei dibattiti interni alla sinistra sulla figura e la coerenza del cantautore. Ritengo però, con i dovuti adattamenti epocali, che artisticamente e retoricamente sia ancora notevolmente efficace, e in grado di esprimere una forte e sincera commozione poetica. Quando andavo in giro col mio “Viaggio nella canzone d’autore” insieme ai Suoni e Rumori Popolari, la canzone del maestrone era una presenza costante in scaletta. Adesso, che è trascorsa un’altra ventina d’anni da allora e circa quarantacinque da quando Guccini la scrisse, mi piacerebbe reinserirla nella rosa delle cover da eseguire dal vivo, anche perché oggi la sento particolarmente mia.
Leonard Cohen disse di piacergli l’idea che lo pagassero per suonare, ma che non era certamente perché lo pagavano se gli piaceva suonare. Nel frattempo altri musicisti ci beffano e si fanno beffare trasformando in merce un’arte che dovrebbe riguardare l’anima e poco più, fino alle punte delle dita.
Certo, qualche treno l’ho visto passare, ma ho avuto modo di osservare tanti paesaggi e strade che solamente andando piano, con i miei piedi, potevo ammirare.  E alcune porte ho visto chiudermisi in faccia, ma in fondo, mi sono detto che il loro scopo, anta, cardini e meccanismi consistono proprio in quello: se sono chiuse si possono aprire e viceversa.
A volte sbagliamo non sapendo quale sia la scelta giusta, altre volte non essendoci altre scelte possibili. Fortunatamente, quello del cantautore non è il mestiere che mi dà da vivere, ma spesso mi chiedo come declinare lo scarafaggio di Franz Kafka alla mia esistenza bipolare: somiglia più all’ingegnere o al cantautore? Non so rispondere. So che i miei cassetti strabordano di canzoni, ma s’io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, forse farei lo stesso.

©2019