_REHEARSAL, OSSIA PROVE, IN MARCIA

Ieri, all’ombra della pergola del Maxy Bar, ho fatto una bella chiacchierata con Riccardo; un tavolino, birra e prosecco, alcune sigarette per lui. È stata quasi terapeutica per entrambi.
Ci siamo raccontati la vita dai Lesbicah Hiroshima in poi, cosa ci aspettavamo e cosa ancora speriamo prima di spirare. Mi ha raccontato di sua sorella, ancora dentro Scientology, ma che ora sta in Sud Africa ed è irreversibilmente malata; e del chitarrista dei Rod Sacred, gravemente tossicodipendente (ad agosto hanno un concerto in Polonia).
È venuto fuori che la musica è stata determinante per entrambi e ancora è l’unico salvagente per tenerci a galla, per lui come per me.
Riccardo continua a insistere sulla reunion dei L.H., io provo a farlo desistere, ma è ostinato come una capra, e porta pure il pizzetto.
Quando era nato il figlio Jago, nel polpaccio si era tatuato una pausa musicale da un quarto, una semiminima, e interruppe per due anni con la musica; ora Jago è adolescente e suona, dice, meglio di lui.
Poi, nel pomeriggio è venuto a casa per registrare una marcia col rullante per “Una storia di libertà”, l’ultima canzone che ho scritto in fretta e furia il giorno dopo aver visto lo spettacolo di Biffi.
Quando è partito da casa sua mi ha mandato “Madre” e mi ha scritto: dodici anni fa. Ma sono trentacinque anni che ci conosciamo. Ci ritrovavamo più volte alla settimana in una sala prove nella periferia di Samassi, che prima fu un pollaio. Proprio con una marcia militare cominciava la canzone “Hiroshima” e a suonarla davvero si ritrovò Riccardo quando venne chiamato a fare il militare, inseritosi nella banda.
Arrivato a Serrenti, abbiamo bevuto e fumato insieme. C’era anche Teresa. Ci ha raccontato un po’ di aneddoti della sua attività secondaria da musicista — quella principale, per la sussistenza, la svolge in fabbrica —, di persone con cui collabora, alcune delle quali conosco di striscio, musicalmente, storie al limite di una vita che Keith Richards definirebbe rock’n’roll.
Dei titoli della scaletta che mi ha mostrato, riguardante il live che dovrebbe fare a brevissimo e senza fare prove, con un gruppo rock-blues, mi sono venute in mente due ottime versioni di “Like a Rolling Stone” e di “Key To The Highway”, rispettivamente eseguite dagli Stones e dal duo Clapton-Richards.
Oggi, mentre mettevo a posto la registrazione della marcia, in coda il microfono ha ripreso le nostre voci: lui sosteneva che la base non fosse perfettamente a tempo, cosa di cui però l’avevo informato prima di cominciare, e io gli rispondevo che pensavo avesse avuto piacere di suonare con me, l’ex chitarrista e compositore dei Lesbicah Hiroshima, e non con un freddo metronomo.
Per una volta, grazie alle latenze e alle mie imprecisioni ho messo in difficoltà Riccardo, addetto alla marcia militare; ma, alla fine, Roberto sono certo che rimetterà in riga e in griglia il soldatino della banda.
È da trent’anni che il mio batterista Riccardo Sedda continua a divertirsi con la musica, come un bambino. A proposito del ‘mio’ batterista, c’è un simpatico aneddoto dei Rolling Stones: un giorno Mick Jagger, sbronzo, alle 5 del mattino chiamò al telefono Charlie Watts che dormiva nella sua stanza d’albergo: «Dov’è il mio batterista? Perché non porti il tuo culo qui?». Watts si alzò dal letto, si lavò la faccia, si fece la barba e si vestì di tutto punto con uno dei suoi celebri completi; andò nella camera di Jagger, lo stese con un pugno e gli disse: «Non sono io il tuo batterista, sei tu il mio cantante».
Infine ho pensato al modo di intendere la musica, a come sia cambiato per me, con i testi che hanno preso il sopravvento sulla parte musicale, a come sono cambiato io.
Riguardo una possibile reunion dei Lesbicah Hiroshima, credo sia più probabile quella dei Pink Floyd.
Un ritorno al rock suonato sarebbe per me innaturale e sciocco, per quanto ne ascolti ancora a bizzeffe.
Di certo, se questa reunion la facessero, mi troverebbero fra il pubblico, a braccetto con la nostalgia.

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