Intervista di Gianni Priano per ‘Il Foglio’ di Tiglieto

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Una chiacchierata-intervista con Gianni Priano, per la rivista culturale ‘Il Foglio’, trimestrale della Bibiotega ‘Adriano Guerrini’ di Tiglieto (Genova). Tiglieto è un paesino situato in val d’Orba, a ovest di Genova, nel cuore dell’Appennino ligure.
La conoscenza e la conversazione con Gianni Priano, poeta e narratore, sono avvenute quasi casualmente, nate dal prologo di seguito riportato. Si era verso la fine di aprile e del periodo acuto dell’emergenza sanitaria…

PROLOGO
Le tue canzoni sono belle. Sul serio. Suoni mai dal vivo? Dove, di solito?
Ti ringrazio per l’apprezzamento.
Riguardo il suonare dal vivo, è una cosa che faccio con molta parsimonia, solo se la situazione è adeguata a ospitare un’ora buona di canzone d’autore, di ascolto attento, viceversa, preferisco lasciare spazio all’intrattenimento musicale propriamente detto. Ne deriva che suoni pochissimo per via dell’assenza di spazi dedicati alla musica live, così come la intendo io.
Chiaramente, per questioni geografiche, mi muovo, stando fermo, in Sardegna, anche se qualche sorvolo sul Mediterraneo l’ho fatto, verso Milano.
So pochissimo di Pisu, anzi no. Forse so molto di quello che si deve sapere perché ho ascoltato le sue canzoni dalle quali esce fuori una personalità ricca di curiosità intellettuale. Siamo all’ interno di un universo originale e davanti a un artista che ha assunto e digerito la lezione di maestri quali Max Manfredi e forse, ma qui è probabile che prenda un granchio, Vinicio Capossela.
Max Manfredi è senza dubbio un cantautore che mi ha rapito fin dall’inizio. Non ricordo più attraverso quali canali, ma una delle sue prime canzoni che ho sentito è “Via G. Byron, poeta”, del suo primo album, Le parole del gatto. Dal mio punto di vista, le atmosfere musicali e soprattutto i ricami di parole di Max Manfredi sono fra le prove maggiori di scrittura in musica nell’ambito della canzone d’autore. Ho avuto la fortuna di conoscerlo e accompagnarlo con la chitarra in qualche sua data in Sardegna, ma anche di bere qualche bicchiere di buon vino e scambiare un po’ di opinioni riguardo il movimento cantautori di quest’epoca. Per epoca intendo quella a.C, ossia avanti Covid.
Riguardo Capossela, l’ho ascoltato tanto e lo seguo tuttora, anche se non apprezzo tutta la sua opera col medesimo interesse (ad esempio, le cose troppo da ballare e da baccano mi disorientano). Utilizzando lo stesso gioco che hai fatto con me, è evidente che Capossela abbia digerito la lezione di Tom Waits, per quanto inizialmente sia rimasto impelagato nei progetti e nelle visioni dei produttori dei suoi primi due o tre album, dove si tentava di forgiare un artista più incline al jazz classico.

L’INTERVISTA
Pisu, parliamo di Sardegna. Vuoi? Io conosco Tortolì, Villasimius, l’Ogliastra, l’Isola di San Pietro e mi fermo lì. Tu conosci bene la tua terra? Vai in giro a cercare le storie dei vecchi? Sei un cantautore marino o entroterresco? Dico, dentro: ti si frange il mare sugli scogli del cuore, zampetti nel bagnasciuga dell’anima o vai sull’asino o sul mulo per sentieri inerpicati e fegatosi?
Caro Priano, mi fa piacere che tu conosca le tante località sarde che citi, dalla costa orientale a quella sud occidentale odorante di carruggi e farinata di ceci. Direi che più che dirti che sono un cantautore non posso. Abito nel sud dell’isola, nella mezzeria della pianura campidanese, né mare né monti, ma a un tiro di schioppo da entrambi. Il mio immaginario è molto influenzato dalle risacche e dalle spiagge desolate che solo in questo periodo storico si possono ammirare; periodo che definisco d.C, con riferimento al Covid-19 e non al Cristo la cui nascita denota il sistema di datazione temporale.
Il fatto di essere stato per tanto tempo una specie di vicino di casa di De André ha lasciato l’aria che ha trovato? Ti ha scalfito? Come hai accolto De André nella tua terra?
Quando De André si trasferì in Sardegna io ero un bambino. Scoprii la sua opera solo intorno ai vent’anni, quando il cantautore genovese era già un isolano acquisito, che aveva assorbito lingua e cultura sarda, oltre che subìto la violenza del vile atto del sequestro. Pensai che un giorno sarei andato a trovarlo nella sua tenuta dell’Agnata e che magari gli avrei pure portato qualche registrazione delle mie piccole canzoni. Poi, si sa come le cose vadano sempre in modo differente da come ce le immaginiamo, e all’Agnata ci andai solamente una decina d’anni dopo che lui non c’era più, a cercare tracce disseminate nelle stanze, nel selciato, tra le pagine dei libri, fra gli asfodeli e nell’acqua del lago artificiale che fece realizzare alimentandolo dal rio Caprineddu. Prima di allora ebbi il piacere di assistere a due meravigliosi concerti che tenne rispettivamente al palazzetto dello sport di Cagliari e all’anfiteatro di Nuoro, quest’ultimo, ahimè, una delle sue ultime esibizioni (il tour venne interrotto a settembre per motivi di salute).
In pratica, in questa terra ci siamo accolti a vicenda, senza esserci mai conosciuti di persona, attraverso un filo fatto di canzoni, poesia e immagini contadine.
E Marras? E i Tazenda? E Andrea Parodi?
Piero Marras è un cantautore che qui in Sardegna conosciamo bene o male tutti quanti, dando per scontato che sia il padre di tutti quelli venuti dopo di lui, me compreso. L’ho conosciuto personalmente, ma sempre di striscio: attraverso l’associazione Emergency, e prima ancora quando lui era parte della giuria di un premio De André, nei primi anni duemila, la quale mi assegnò il riconoscimento per il miglior testo inedito. Alcuni anni fa, mi pare nel 2011, Marras fece un disco con i testi scritti dallo scrittore Salvatore Niffoi, autore che io ‘rapinai’ per la realizzazione del mio primo lavoro discografico, Abacrasta e dintorni, tratto da due sue opere letterarie e ambientato nei luoghi della sua fulgida immaginazione. Citando Marras, anche a me è capitato di portare al pascolo i desideri attraverso la scrittura di canzoni.
I Tazenda non li ho mai seguiti né apprezzati, un genere troppo pop-folk per i miei gusti, mentre la voce di Parodi, meraviglia della natura, l’ho amata soprattutto nei progetti world-music da solista.
Leggi Marcello Fois? Hai letto Grazia Deledda? E la Murgia? Sono entrati nelle tue canzoni? O, almeno, ci hanno provato?
Di Grazia Deledda ho letto molto. Inutile dire che è stata una scrittrice di impetuoso talento, che ha dipinto l’aspro ed essenziale paesaggio della Sardegna. La sua scrittura va oltre l’evocazione naturalistica e sociale del tempo, racconta dell’uomo, fragile e oscillante, battuto dalla sorte, allora come oggi. Ho letto diverse cose di Fois e una in particolare è stata piuttosto stimolante: Quasi Grazia, forse scritta più per il teatro che per le pagine di un libro. Racconta un dialogo immaginario fra Grazia Deledda e sua madre e, posso dirlo, costituisce l’ipotesto della mia canzone “Nel cielo sia”. Michela Murgia, con la quale ho amici comuni, che seguo da sempre con interesse, non l’ho ancora depredata dei suoi personaggi letterari, anche se il caso vuole che lei abbia interpretato il ruolo di Grazia Deledda nello spettacolo teatrale Quasi Grazia scritto da Marcello Fois.
Genova, per voi che venite dalla Sardegna (e per te) vi sorprende con “una faccia un po’ così” o arrivate che la sapete già lunga?
Genova, nonostante il mare che in un certo senso ci accomuna, per noi è un’importante città portuale del continente, enorme zolla di terra che comprende il territorio occupato e abitato dagli italiani “e ogni volta ci chiediamo se quel posto dove andiamo non c’inghiotte e non torniamo più”. Scherzi a parte, c’è un forte legame con Genova: come sai, a Carloforte e Calasetta, nelle isole dell’arcipelago del Sulcis, nella Sardegna sud-occidentale, si parla il tabarchino, variante del ligure.
Chi ascoltavi da ragazzino? I Duran Duran, Battiato, Tom Waits, Francesco Guccini, Vasco, gli Area, Patty Smith?
Per Vasco Rossi ho provato un vero e proprio innamoramento adolescenziale, ma lo svezzamento artistico, la formazione come scrittore di canzoni, l’ho fatto con Guccini. Ho ascoltato parecchia musica rock, ma anche classica, blues e jazz. Tom Waits, “con i capelli lisciati indietro con gommalacca di carogne, con il sangue di un fagiano e un osso di lepre”, l’ho scoperto più tardi, dopo Dylan e Cohen.
È vero che l’arte è tanto benedizione quanto maledizione? Ed è vero che la vita o la vivi o la scrivi (la canti, la musichi, la dipingi)? L’arte è alternativa all’esistenza? Si fa arte perché non si sa vivere? Pisu, la notte, dorme sonni tranquilli?
L’arte nasce dai sentimenti, quindi dalla vita, e perciò è imprescindibile dall’esistenza; è, oltretutto, un modo di comunicare i sentimenti e la vita stessa, quindi peculiare dell’essere umano. Però, dal mio punto di vista, lo scrivere canzoni è qualcosa che si discosta dall’arte, essendo parente stretto del sogno, elemento fondamentale che consente all’essere umano di sperare e sopportare la vita. La notte è il territorio di sogni e di incubi, spesso abilmente intrecciati, ma spiegarlo a un poeta e narratore è del tutto pleonastico.

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Gianni Priano, nota biografica.
Genova (1962), poeta, narratore, insegnante. Ha pubblicato recensioni, versi, racconti su riviste sparse e un libro di critica letteraria, Le violette di Saffo (Il Ponte del Sale, 2011): quattro ritratti dedicati a Bianciardi, Pavese, Sbarbaro e Pasolini, insieme insegnanti e scrittori. Dirige Il Foglio, rivista culturale della Biblioteca ‘Adriano Guerrini’ di Tiglieto. Appena può, scappa ai Pliz, nella sua casa collinare piantata nel matrio Alto Monferrato, tra prati incolti che furono vigne e boschi nei quali è ritornato il lupo. Con Pentàgora ha pubblicato Gioghi di parole (2018) e – insieme con Simona Ugolotti – Stradiario Genovese (2019).